martedì 3 aprile 2018

I TIFOSI


I TIFOSI (cap. 24)


   Cominciavo a sentirmi stanco. La “discesa” negli inferi di Facebook stava appannando la vitalità fisica e soprattutto la freschezza mentale che so appartenermi nella vita non-connessa.
   Attraversato il buco spaziotemporale offertomi da Narciso, mi ritrovai in mezzo a un vero e proprio fiume di gente. Venni trascinato dalla corrente nella direzione che seguivano tutti, senza alcuna possibilità di oppormi. Se avessi visto la scena dall’alto mi sarei probabilmente stupito dell’incredibile massa umana che scorreva tra due argini verso chissà quale mare. Ogni tanto un flusso di persone si immetteva nel fiume principale in cui mi trovavo; in altri punti la ressa si trasformava in emissario andando ad ingrossare la portata di altri fiumi laterali.
   Il vociare continuo della gente che avevo intorno non mi permetteva di capire quale fosse l’argomento di discussione e di conseguenza non sapevo con chi avevo a che fare. In che mondo ero finito? Persino il contatto con Virginia mi era precluso, dal momento che tutta quella confusione e la spinta continua rendevano impossibile concentrarsi.
   Fortunatamente fui trascinato sul lato esterno del fiume e con un po’ di fatica riuscii ad aggrapparmi alla radice di un albero rinsecchito che spuntava dalla riva tirandomi fuori dalla bolgia soffocante.
   Ebbi così conferma dell’immensa portata del fiume, anzi dei fiumi. Notai anche che le persone che li componevano erano raggruppate in modo omogeneo. C’erano gruppi che indossavano magliette e sciarpe giallorosse, nerazzurre, rossonere, biancocelesti, eccetera. Nei punti in cui i colori si incrociavano, nascevano scontri verbali concitati, in particolare nelle zone in cui i colori bianconeri dominavano.
   Potei finalmente chiamare Virginia.
   “Tifosi?” chiesi sapendo già la risposta.
   “Sì. Non solo di squadre però. E non solo sportivi. Se osservi bene noterai anche i tifosi politici. Non c’è molta differenza…”
   Ci infilammo in una dissertazione quasi filosofica sul tifo e le sue implicazioni sociologiche, psicologiche e culturali. Virginia dichiarò la sua antipatia per gli appartenenti al mondo dei tifosi.
   “Non sopporto quelli che quando c’è una partita di calcio sbucano come funghi in un bosco dopo la pioggia a commentare, criticare, insultare. Sembrano tutti allenatori professionisti, esperti analisti, grandi giornalisti, inventori della tecnica e della tattica. Se la loro squadra subisce torti si lamentano di continuo dell’arbitro, del designatore arbitrale, del guardalinee, della Lega Calcio, dei servizi segreti, della massoneria, dell’oscuro disegno dietro il quale si cela l’interesse a danneggiare i propri beniamini.”
   Mi dissi d’accordo, ridendo di quelli che scrivono i commenti in diretta ogni due minuti, tipo:

Goool, grande gol di Palacio!

Era fuorigioco, arbitro di merda!

Fallo da espulsione!

Rigore netto!

Chiellini macellaio!

Guardalinee figlio di una gran puttana!

Icardiiiiiiiiiiiiiiiiiiiii!

   “I peggiori” aggiunsi, “ma devo precisare che questa è solo una mia particolare allergia, sono gli juventini. Quando vengono attaccati su Facebook da antijuventini (razza di frustrati alla quale come vedi appartengo anch’io), mi diverto un sacco a leggere le loro risposte piccate; si sentono i detentori del sacro calice dell’onestà quando invece la loro squadra rappresenta il simbolo dell’antisportività e della prepotenza della “casta” dal dopo guerra a oggi. Un tifoso di fede bianconera è l’ultimo ad avere diritto di salire in cattedra per predicare correttezza e giustizia. L’arroganza da pulpito è nel loro dna.”
   “Ciò non toglie che ci siano persone brave e oneste anche tra gli juventini” intervenne Virginia. “Non è detto che uno che da bambino ha subito l’imprinting bianconero, sia poi cresciuto come un bandito.”
   “Certamente esistono juventini rispettabilissimi. Come i leghisti intelligenti e i parlamentari incorruttibili. Aghi nel pagliaio.”
   “Sempre esagerato. Ti diverti a provocare, vero?”
   Un sorriso amaro mi velò il volto. Mi distesi stremato sull’erba secca a pochi metri dalla riva. Riflettei sul mio stato di non tifoso. A pensarci io non sono mai stato niente, non ho mai tifato per nessuna squadra o partito, a parte un brevissimo periodo in gioventù. Mi sento super partes, ma senza presunzione (anche se non posso negare di sentirmi quasi un genio rispetto a tanti mentecatti), solo perché penso orgogliosamente che “l’appartenenza” porti fuori strada, non consenta di vedere le cose come stanno, allontani dalla Verità, con V maiuscola. Ultimamente ho persino smesso di sentirmi bolognese, emiliano, italiano, europeo, umano! Lascio che i tifosi tifino per la loro squadra – ché almeno si sentono qualcuno nel gruppo – mentre io tifo solo per me stesso e per il Bene. Perde spesso le partite, ma insegna a vivere.
   “Virginia, non ce la faccio più, voglio uscire dal Social Inferno” dissi dopo un po’.
   “E lo dici a me? Guarda Simone che puoi farlo quando vuoi. Solo tu puoi decidere quando disconnetterti. Prima però sali su quella collina laggiù in fondo. C’è una persona che vuole vederti.”



Nessun commento:

Posta un commento

INDICE

INDICE     1988    (cap. 1)    2008    (cap. 2) 2018    (cap. 3) ENTRATA    (cap. 4) GLI ANIMALISTI    (cap. 5) ...