I TIFOSI (cap. 24)
Cominciavo a sentirmi stanco. La “discesa” negli inferi di Facebook
stava appannando la vitalità fisica e soprattutto la freschezza mentale che so
appartenermi nella vita non-connessa.
Attraversato il buco spaziotemporale offertomi da Narciso, mi ritrovai
in mezzo a un vero e proprio fiume di gente. Venni trascinato dalla corrente
nella direzione che seguivano tutti, senza alcuna possibilità di oppormi. Se
avessi visto la scena dall’alto mi sarei probabilmente stupito dell’incredibile
massa umana che scorreva tra due argini verso chissà quale mare. Ogni tanto un
flusso di persone si immetteva nel fiume principale in cui mi trovavo; in altri
punti la ressa si trasformava in emissario andando ad ingrossare la portata di
altri fiumi laterali.
Il vociare continuo della gente che avevo intorno non mi permetteva di
capire quale fosse l’argomento di discussione e di conseguenza non sapevo con
chi avevo a che fare. In che mondo ero finito? Persino il contatto con Virginia
mi era precluso, dal momento che tutta quella confusione e la spinta continua
rendevano impossibile concentrarsi.
Fortunatamente fui trascinato sul lato esterno del fiume e con un po’ di
fatica riuscii ad aggrapparmi alla radice di un albero rinsecchito che spuntava
dalla riva tirandomi fuori dalla bolgia soffocante.
Ebbi così conferma dell’immensa portata del fiume, anzi dei fiumi. Notai
anche che le persone che li componevano erano raggruppate in modo omogeneo.
C’erano gruppi che indossavano magliette e sciarpe giallorosse, nerazzurre,
rossonere, biancocelesti, eccetera. Nei punti in cui i colori si incrociavano,
nascevano scontri verbali concitati, in particolare nelle zone in cui i colori
bianconeri dominavano.
Potei finalmente chiamare Virginia.
“Tifosi?” chiesi sapendo già la risposta.
“Sì. Non solo di squadre però. E non solo sportivi. Se osservi bene
noterai anche i tifosi politici. Non c’è molta differenza…”
Ci infilammo in una dissertazione quasi filosofica sul tifo e le sue
implicazioni sociologiche, psicologiche e culturali. Virginia dichiarò la sua
antipatia per gli appartenenti al mondo dei tifosi.
“Non sopporto quelli che quando c’è una partita di calcio sbucano come
funghi in un bosco dopo la pioggia a commentare, criticare, insultare. Sembrano
tutti allenatori professionisti, esperti analisti, grandi giornalisti,
inventori della tecnica e della tattica. Se la loro squadra subisce torti si
lamentano di continuo dell’arbitro, del designatore arbitrale, del guardalinee,
della Lega Calcio, dei servizi segreti, della massoneria, dell’oscuro disegno
dietro il quale si cela l’interesse a danneggiare i propri beniamini.”
Mi dissi d’accordo, ridendo di quelli che scrivono i commenti in diretta
ogni due minuti, tipo:
Goool, grande
gol di Palacio!
Era fuorigioco,
arbitro di merda!
Fallo da
espulsione!
Rigore netto!
Chiellini
macellaio!
Guardalinee
figlio di una gran puttana!
Icardiiiiiiiiiiiiiiiiiiiii!
“I peggiori” aggiunsi, “ma devo precisare che questa è solo una mia
particolare allergia, sono gli juventini. Quando vengono attaccati su Facebook
da antijuventini (razza di frustrati alla quale come vedi appartengo anch’io),
mi diverto un sacco a leggere le loro risposte piccate; si sentono i detentori
del sacro calice dell’onestà quando invece la loro squadra rappresenta il
simbolo dell’antisportività e della prepotenza della “casta” dal dopo guerra a
oggi. Un tifoso di fede bianconera è l’ultimo ad avere diritto di salire in
cattedra per predicare correttezza e giustizia. L’arroganza da pulpito è nel loro dna.”
“Ciò non toglie che ci siano persone brave e oneste anche tra gli
juventini” intervenne Virginia. “Non è detto che uno che da bambino ha subito
l’imprinting bianconero, sia poi cresciuto come un bandito.”
“Certamente esistono juventini rispettabilissimi. Come i leghisti
intelligenti e i parlamentari incorruttibili. Aghi nel pagliaio.”
“Sempre esagerato. Ti diverti a provocare, vero?”
Un sorriso amaro mi velò il volto. Mi distesi stremato sull’erba secca a
pochi metri dalla riva. Riflettei sul mio stato di non tifoso. A pensarci io
non sono mai stato niente, non ho mai
tifato per nessuna squadra o partito, a parte un brevissimo periodo in
gioventù. Mi sento super partes, ma
senza presunzione (anche se non posso negare di sentirmi quasi un genio
rispetto a tanti mentecatti), solo perché penso orgogliosamente che
“l’appartenenza” porti fuori strada, non consenta di vedere le cose come stanno, allontani dalla
Verità, con V maiuscola. Ultimamente ho persino smesso di sentirmi bolognese,
emiliano, italiano, europeo, umano! Lascio che i tifosi tifino per la loro
squadra – ché almeno si sentono qualcuno
nel gruppo – mentre io tifo solo per me stesso e per il Bene. Perde spesso le
partite, ma insegna a vivere.
“Virginia, non ce la faccio più, voglio uscire dal Social Inferno” dissi
dopo un po’.
“E lo dici a me? Guarda Simone che puoi farlo quando vuoi. Solo tu puoi
decidere quando disconnetterti. Prima però sali su quella collina laggiù in
fondo. C’è una persona che vuole vederti.”

Nessun commento:
Posta un commento