lunedì 9 aprile 2018

OGGI (ultimo capitolo)


OGGI (cap. 27)

   Mi sono svegliato di soprassalto. Il telefono giace sul comodino. Lo prendo in mano e mi accorgo che è spento, probabilmente scaricatosi durante la notte. Adesso è mattina, la sveglia segna le 10.11.
   Ho sognato? Il viaggio attraverso il Social Inferno è stato dunque solo un incubo? Non è possibile. Era tutto talmente reale, vivido, vivo… Ricordo bene come sono entrato, dopo aver messaggiato con Virginia, ricordo la luce accecante proveniente dallo smartphone, lo stesso Samsung che ho appena messo in carica collegandolo al caricabatterie. Non posso dimenticare la stanza circolare con le porte nere, il primo impatto con gli animalisti, i mondi e i dannati che si sono susseguiti.
   Torno a sdraiarmi sul letto. Chiudo gli occhi e chiamo Virginia, ma non succede niente, non mi appare più come negli inferi social.
   Mi connetto a Facebook dal telefono per cercare i messaggi della mia amata. Non c’è nulla. Sono così frastornato da questa esperienza che non so davvero se è stata onirica o reale. Sento ancora nelle narici il fiato putrido di Satana e le sue parole accompagnate dalla tetra risata mi riecheggiano nella mente: “Vedrai che varrà il giorno in cui sarai sempre collegato ad un social e non saprai più vivere nella realtà.”
   Ricevo una telefonata dall’editor del mio ultimo libro in pubblicazione. Dice di controllare la posta ricevuta per e-mail ché ha inviato le bozze de Il calabrone. Lo ringrazio e dico che vado subito a vedere poi lo contatterò al più presto dopo averle nuovamente controllate. Cerco di non pensare più al Social Inferno mettendomi a leggere il mio romanzo.
   Provo una sensazione stranissima, come se la storia che sto leggendo non fosse scritta da me. Eppure l’editor non ha modificato nulla, sottolineando solo gli errori grammaticali, i refusi e qualche tempo sbagliato. Il calabrone è indubbiamente il romanzo che ho scritto io, però non mi appartiene più, sembra di un altro autore, proveniente da un’altra epoca, un altro mondo. O sono forse io ad essere finito in un altro mondo svegliandomi questa mattina?
   Arrivo a leggere il file fino a metà poi decido di uscire a fare “jogging meditativo” perché in casa mi sento soffocare. Quando devo rimettere in ordine i pensieri, rilassarmi e capire, un’oretta di corsa è l’ideale per la mia mente.
   Devo forzatamente costeggiare la strada provinciale e mentre corro con le macchine che mi sfilano a fianco, mi dico: “Quanta gente fatica, si stressa e si incattivisce facendo lavori logoranti per comprare cose perlopiù superflue e rendere il mondo un posto sempre più disumano. Gli inferni esistenti sono veramente tanti.”
   Corro poi per le strette strade di campagna, dove non c’è traffico, non ci sono persone, solo qualche padrone a spasso col proprio cane. Nel dedalo delle mie riflessioni scopro di amare animali e persone se sono soli; spesso mi stanno sui coglioni solo le accoppiate, animale–uomo o uomo–uomo. Mi stanno proprio simpatici gli esseri viventi soli. Quando sono insieme invece, in due o in gruppi, tendo a percepire i loro lati peggiori. Mi accorgo della stupidità di questi pensieri e cerco di spegnere per un po’ il cervello aumentando l’andatura.
   Corro dunque, e mi sento bene. Respiro a pieni polmoni l’aria pura della campagna. Arrivo fino all’argine del fiume Reno, a qualche chilometro dal centro di Castello d’Argile. Un ultimo scatto sulla rampa e sono in cima. Da quassù vedo il paese in lontananza che si erge nella piattezza della pianura bolognese. Mi siedo su un grosso masso che sbuca dal terreno accanto a un pruno selvatico e fiumi di pensieri cominciano ad attraversarmi la mente. Mi domando se sfoceranno mai in qualche mare salvifico.
   Penso che sono iscritto a Facebook da dieci anni e immagino Satana ridere mentre mi osserva dal suo inferno. Ride perché crede di possedere la mia anima. Ride perché dal 2008 a oggi ho aumentato in maniera esponenziale il tempo che dedico al social network, quasi fosse una droga alla quale mi sono assuefatto e per stare bene devo “iniettarmi” dosi sempre maggiori. Aveva forse ragione quando diceva che Facebook è la droga perfetta, la più potente mai creata per dare dipendenza? Lo diceva davvero o come mi sto chiedendo da alcune ore l’ho sognato? Non nego che Facebook mi faccia perdere molto tempo inutilmente, quando lo potrei impiegare in mille modi proficui. Conosco tantissima gente messa molto peggio di me, anche amici, che mentre siamo a cena o a bere una birra in un pub se ne stanno incollati quasi continuamente allo schermo del telefono. È tutto molto triste. Non sono al loro livello e spero di non arrivarci mai. Se ho da poco vinto una dipendenza ventennale dal fumo, posso pure vincere una dipendenza decennale da Facebook.
   Penso che nonostante tutto, Facebook abbia portato cose positive: per esempio fa conoscere molte persone che non sarebbe possibile conoscere altrimenti, oltre a permettere di farsi conoscere ovviamente. Io lo adopero per promuovere la mia letteratura e la mia filosofia. Mi ha permesso, come scrivevo in un post recente, di smascherare persone che reputavo intelligenti quando invece sono mediocri ignorantoni di serie A. Eh sì, Facebook ha reso tutti personaggi pubblici. O meglio, se si vuole diventare personaggi pubblici, basta poco grazie a Facebook.
   Penso che il social network abbia in parte sostituito il mio diario cartaceo, anzi lo ha integrato. Sta diventando il romanzo della mia vita e, come scrissi in un vecchio libro, quando morirò sostituirà l’urna che conterrà le ceneri della mia anima. Sospetto persino che un giorno, mettiamo per esempio nel 2088, reinserendo in un corpo privo di vita l’anima conservata nel Grande Archivio Cimiteriale di Facebook, si potrà resuscitare una persona donandole l’immortalità. Esagero, ma non più di tanto.
   Quando controllo cliccando su “Accadde oggi” i post passati, leggo tra le righe e le immagini una sorta di mappa. Sento che la mia anima sta facendo selezione naturale di persone e affetti. Scorgo una strada invisibile ma “tangibile” che ho percorso e posso percorrere ancora meglio se riesco a capire dove sto andando.
   Mi sta venendo voglia di scrivere qualche perla filosofica su Facebook e ciò non va bene, è segno di dipendenza, ma quando vado a correre lascio sempre a casa il telefono. Per fortuna!
   Alla mia sinistra vedo una figura che fa jogging correndo sull’argine nella mia direzione. Avvicinandosi capisco che si tratta di una donna.
   Penso… ma quanto penso, oh?! Penso a Virginia. Quell’amore giovanile stroncato sul nascere dalla morte è stato il sentimento più puro e potente che ho mai provato. Le esperienze sentimentali successive hanno dovuto tutte confrontarsi con quell’amore assoluto e illusorio e a conti fatti non sono state per niente esperienze semplici, anche perché sono io per primo una persona complessa.
   Intanto la donna si avvicina sempre di più.
   “Cazzo, ma è Virginia!” esclamo con un sussulto.
   Siamo a una cinquantina di metri l’uno dall’altra.
   Penso, aridaje!, a quanto vorrei innamorarmi e affrontare l’inferno social e non social con una persona a fianco. Solo pensando positivo innescherò i meccanismi che mi metteranno in condizione che questo accada. Intanto la donna è a trenta metri, venti, dieci, no, non è Virginia, le somiglia solo vagamente. Però è giovane e carina. Passandomi davanti mi sorride e prosegue la sua corsa.
   Sono proprio ispirato e vorrei tanto scrivere qualcosa su Facebook. Mi alzo in piedi. Guardo la ragazza allontanarsi. Posso riprendere il jogging in quella direzione o tornare a casa e connettermi.
   Decidere cosa fare della mia vita spetta solo a me.









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