lunedì 19 marzo 2018

ENTRATA, GLI ANIMALISTI, I NAZIVEGANI, I POSTA-CIBO


ENTRATA (cap. 4)


   Fui così teletrasportato nell’inferno di Facebook. Virginia mi sorrise per darmi coraggio e vidi che la magia del suo viso ilare non era mutata da quel giorno di ottobre del 1988. Mi teneva la mano come fossimo due innamorati. In effetti lo eravamo.
   “Simone” disse senza preamboli, “dovrai compiere questo viaggio da solo. Se avrai bisogno ti basterà invocarmi ed io apparirò nella tua mente per aiutarti. Però adesso ti devo lasciare.”
   “Ma come?! Ci siamo appena ritrovati e già te ne vai?”
   “Simo caro, non capisci? Non capisci che non ci siamo mai lasciati e non ci lasceremo mai?”
   Annuii perplesso.
   “Se resisterai nell’attraversare le porte infernali che ti attendono, ci rivedremo presto. Non mollare mai. Opponiti alle lusinghe ipnotiche dei dannati che incontrerai. Non farti travolgere dai lamenti, dal dolore e dalla mediocrità nascosti nell’anima della gente. Imparerai molte cose e augurandomi che tu ce la faccia, potrai trasmettere gli insegnamenti ad altri, una volta uscito.”
   “Hai consigli da darmi prima di entrare?”
   “Segui l’istinto. Le porte sono tante, vedi?”
   Vedevo. Eravamo al centro di uno stanzone circolare asettico; pareti, soffitto e pavimento riflettevano un bianco opaco quasi fastidioso alla vista. Nel bianco, tutt’intorno, erano disposte a distanza regolare delle porte nere. Saranno state una ventina o forse più.
   “Entra in una porta a caso, anche se da queste parti la parola caso non esiste” proseguì Virginia. “Affronta i dannati che riempiranno le varie stanze. Se non ti lascerai imprigionare troverai un’altra porta, poi un’altra, e un’altra ancora, finché non uscirai. Io sarò fuori ad attenderti.”
   “Pensi che ce la potrò fare?”
   Anziché rispondere, Virginia mi baciò sulla bocca e subito dopo si volatilizzò. Rimasi come sospeso in un limbo di stordita beatitudine. Ripresomi, guardai intorno. Puntai una delle porte nere ed entrai.



GLI ANIMALISTI (cap. 5)


   Aperta la prima porta mi trovai stipato come una sardina in mezzo a una moltitudine di persone. Erano in gran parte donne, ma c’erano anche parecchi uomini. Sembrava impossibile muoversi dentro quello che sembrava un gigantesco palazzetto dello sport. Credevo di trovare persone con lo sguardo fisso su un telefonino o un pc, invece mi accorsi che Facebook era nel loro cervello. Non avevano più bisogno di tastiere o schermi; interagivano ormai mentalmente tanto erano assuefatti.
   “Aiuto Virginia, ho già bisogno di te” pensai.
   Virginia apparve in un angolo della mia mente.
   “Non farti prendere dal panico o dalla claustrofobia” consigliò. “Sono gli animalisti, una razza pericolosissima di dannati, ma finché non tocchi la loro o le loro bestie sono innocui.”  
   “Grazie, cercherò di farmi spazio.”
   Avanzavo a fatica. Le donne in particolare avevano uno sguardo che incuteva timore; non perché fosse minaccioso, anzi, era uno sguardo spento, ma era proprio quell’assenza di luce a farmi paura.
   “È colpa della solitudine” intervenne Virginia, come se mi avesse letto nel pensiero. “E della frustrazione. Vivono solo per il loro animale perché hanno perso la fiducia negli esseri umani. Il trauma o i traumi che hanno vissuto hanno portato questa gente a diventare cagnari, o gattari, i due gruppi più diffusi, ma anche pappagallari, cricetari, agnellari, cavallari, eccetera. Certo, non tutti gli amanti degli animali sono “malati” come quelli che vedi in questa stanza, per fortuna, ma questa razza di animalisti integralisti sta spopolando su Facebook, è uno dei partiti più numerosi. Le donne sono le più pericolose perché su di loro la solitudine ha effetti devastanti a livello sentimentale prima e cerebrale dopo, soprattutto a una certa età, se non hanno messo su famiglia, se non hanno un compagno, se sono state tradite, se la vita le ha deluse.”
   “Eh già!” esclamai. O meglio, pensai, visto che la nostra conversazione avveniva esclusivamente nel mio cervello.
   “Vedono nel loro animale quella fonte di amore che gli è stata negata dagli umani. Dicono: “Il mio cane mi ama senza chiedere niente in cambio, è lealtà pura.” Per forza, è un cane! Dagli una ciotola di cibo e ti seguirà ovunque. Bella lealtà da due soldi. Postano continuamente foto di cani, se sono cagnare, o di gatti, se gattare. Odiano la razza umana: se dovessero trovarsi in una situazione dove c’è da scegliere se salvare la vita di un bambino o di un animale, non esiterebbero un secondo a salvare l’animale.”
   “Lo so” la interruppi. “Sapessi quante ne ho conosciute e quante mi hanno tolto l’amicizia perché mi divertivo a provocarle con stilettate ironiche. Secondo me molte cagnare si fanno persino leccare la passerina dalla loro bestiola. Credo che pure molti uomini animalisti tendano alla zoofilia. I peggiori sono quelli che riempiono la loro bacheca di immagini cruente di povere bestie seviziate, accusando l’uomo di essere spregevole. Credo che gente così, gente che ama più un animale di un uomo, sia gente psicopatica, serial killer latenti. D’accordo, ci sono uomini che meritano di essere eliminati dalla faccia della terra perché non valgono nemmeno la coda di un animale, ma questo è un altro discorso.”
   Detto ciò cercai di farmi largo nella ressa con maggior forza. Volevo uscire da quella bolgia prima possibile.
   “Io ti conosco” disse Lara.
   Era una mia vecchia conoscenza, una cagnara che avevo frequentato anni prima. Scopammo una dozzina di volte prima che sbroccassi una sera dicendole che “non sopporto più l’abbaiare continuo del tuo cane di merda.”
   Rimase di stucco, pietrificata, basita come non mai.
   “Vuoi la verità?” proseguii. “Non sopporto i cani, soprattutto quelli che abbaiano in continuazione, perché significa che tu padrone non sei stato capace di educarli. E, porcoddio!, per educare un cane bastano cinque minuti: un urlo fatto bene e una mazzata tra capo e collo se serve e sono educati per la vita. È la loro natura, dici?, beh anche la mia natura sarebbe quella di girare con un kalashnikov e sterminare umani, ma non posso, sono stato fortunatamente educato, la mia natura smussata. Il tuo cane dimostra che sei un’incapace, una padrona di merda. A proposito di merda: ti ho visto sai? Ti ho visto più di una volta non raccogliere gli stronzi di Fuffi per strada. Io avvelenerei tutti i cani che lasciano stronzi per strada. Colpa dei padroni di merda, è vero, infatti ammazzerei anche i padroni…”
   Ero inarrestabile. Lara era esterrefatta, non avevo mai visto un volto così stravolto dallo stupore misto a orrore. Si alzò dal divano dove era seduta, aprì la porta tremando e non ci vedemmo più. Mi tolse subito anche l’amicizia da Facebook. Peccato perché scopava bene.
   Ora me la trovavo di fronte in quello stanzone asfissiante.
   “Tu sei quel gran figlio di puttana di Simone Manservisi!”
   “Ehm, no, ti sbagli” mentii spudoratamente.
   “Sì, sei Simone. Ehi amici, questo stronzo odia i nostri bimbi alla morte. Castriamolo!”
   Vidi i volti di tutti quegli zombie incattivirsi all’istante. Spintonai con più foga, facendo cadere un paio di chiattone e un povero vecchio. Cercavano di afferrarmi ma il panico mi diede energie sovrumane e riuscii al pelo a raggiungere la porta successiva. Una donna che somigliava all’ex ministro Brambilla in avanzato stato di putrefazione mi lanciò contro due gatti inferociti, mentre un pelato obeso mi sguinzagliò contro il suo dobermann, ma riuscii ad evitarli e aprii la porta. Ero salvo. Almeno dalla follia animalista.





I NAZIVEGANI (cap. 6)


   Mi ritrovai in un orto sterminato sotto un cielo verdognolo. Sui terreni coltivati vagavano persone attente a non calpestare le piante seminate; erano molte meno di quelle della stanza precedente ma comunque in buon numero.
   Erano tutti nudi, uomini e donne, tanto che pensai di essere finito in un campo di naturisti. Mi avvicinai a una bella ragazza prosperosa.
   “Chi siete?” chiesi.
   “Siamo nazivegani” rispose laconica.
   Capii che erano tutti concentrati, come gli animalisti (e come molte categorie di dannati che seguirono), a scrivere mentalmente post su Facebook. La propaganda imposta dal loro regime (alimentare) esigeva di convincere più perone possibile a convertirsi al loro stile di vita.
   Mi si avvicinarono due uomini sulla quarantina, uno alto e uno basso, il colorito pallido, il pene di entrambi rattrappito.
   “Tu cosa fare cva? Tu perché vestito? Tu carnivoro, ja?” chiese il più basso dei due.
   “Io solo di passaggio” dissi accusando emotivamente il tono inquisitorio dell’uomo.
   “Tu non risponde. Tu mancia carne, ja?”
   “Beh, sì, non tanto amante di carne ma sì, io onnivoro.”
   “Tu in arresto” gridò improvvisamente quello alto.
   A quel punto scappai per un sentiero che si apriva tra due orticelli più piccoli. I due nazivegani mi inseguirono, presto affiancati da un’altra decina di uomini nudi. Non mi accorsi di un avallamento nel terreno e caddi a terra, trovandomi disteso in un campo di carote. Alle mie spalle si ergeva un’immensa costruzione di mattoni grigi sovrastata da alti comignoli dai quali usciva un denso fumo nerastro. Il vegano basso che mi aveva parlato poco prima, che tra l’altro mi sembrava di aver visto – vestito – anche nella stanza degli animalisti, mi raggiunse per primo e disse che sarei stato condotto nel lager lì vicino e incenerito insieme a tutti gli altri non-vegani per trasformarci, dopo essere stati non so come decontaminati,  in concime da dare in sacrificio al Grande Orto Universale.
   “Perché” aggiunse, “noi razza eletta, noi purificare mondo da voi parassiti. Kartoffel uber alles! Ja?”
   Ebbi la prontezza di sradicare una carota dal terreno.
   “Fermi tutti” dissi, “o ucciderò questa carota, spezzandola a metà e contaminandola con la mia saliva di carnivoro.”
   Si levò un coro inorridito di “Nooo”.
   “Non farlo” disse il nazivegano alto. “Ti lasceremo andare, ma metti giù quella carota.”
   Mi guardai intorno. Alle spalle il lager, a destra altri vegani in arrivo, a sinistra… eccola, la porta. A un centinaio di metri da me si apriva ai piedi di un monticello di terra. Gettai in aria la carota e approfittando della distrazione del gruppo vegano che si tuffava all’unisono per prenderla, mi catapultai verso la salvezza.
   Prima di uscire da quel mondo di pazzi, mi voltai un’ultima volta. La carota giaceva a terra priva di vita con il collo spezzato.





I POSTA-CIBO (cap. 7)


   Mi ritrovai, per una sorta di ironico contrappasso, nel mondo (d’ora in poi chiamerò mondi le stanze in cui entrerò) dei posta-cibo.
   Sembrava di essere in un immenso ristorante: tutti erano seduti a tavola e per la prima volta da quando ero “sceso” nel Social Inferno vidi i dannati con i cellulari in mano. Tutti scattavano foto ai piatti che avevano davanti. Erano pietanze succulente, dall’aspetto prelibato, ma c’era anche chi fotografava hamburger con patatine, pizza, sushi, teglie di lasagne della nonna, biscotti al forno, torte, olive con spritz accanto, passato di verdura, brodino caldo. Qualsiasi cosa commestibile che finiva su quei tavoli veniva prontamente immortalata e successivamente condivisa su Facebook. Non potevano mancare ovviamente nemmeno specialità vegane.
   Vedere tutto quel ben di dio mi fece venire l’acquolina in bocca. Chiesi a un signore che conoscevo di vista anche nella realtà se potevo assaggiare i suoi spaghetti allo scoglio, che avevano un aspetto a dir poco invitante. Lorenzo, il signore in questione, mi fulminò con lo sguardo.
   “Sei pazzo” disse quasi aggredendomi. “Qui il cibo esiste solo per essere fotografato e condiviso. Forse nel mondo da dove provieni tu lo si può mangiare, ma qui… qui… si fotografa soltanto.”
   “Come fate a campare se non mangiate?”
   “Sciocco. Da queste parti ci si nutre solo di MI PIACE. Più uno ne riceve più si sente sazio. E ora vattene che mia moglie sta per mettere in tavola un creme caramel impiattato come saprebbero fare solo Cracco e Barbieri.”
   Benché affamato e desideroso di chiedere a qualcun altro se potevo usufruire di quel “paradiso culinario”, realizzai di essere all’inferno, nel Social Inferno, così desistetti e mi infilai nel corridoio che portava alla toilette. Tra il wc degli uomini e quello delle donne c’era una porta nera. Entrai in quella.



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