ENTRATA (cap. 4)
Fui così teletrasportato nell’inferno di Facebook. Virginia mi sorrise
per darmi coraggio e vidi che la magia del suo viso ilare non era mutata da
quel giorno di ottobre del 1988. Mi teneva la mano come fossimo due innamorati.
In effetti lo eravamo.
“Simone” disse senza preamboli, “dovrai compiere questo viaggio da solo.
Se avrai bisogno ti basterà invocarmi ed io apparirò nella tua mente per
aiutarti. Però adesso ti devo lasciare.”
“Ma come?! Ci siamo appena ritrovati e già te ne vai?”
“Simo caro, non capisci? Non capisci che non ci siamo mai lasciati e non
ci lasceremo mai?”
Annuii perplesso.
“Se resisterai nell’attraversare le porte
infernali che ti attendono, ci rivedremo presto. Non mollare mai. Opponiti
alle lusinghe ipnotiche dei dannati che incontrerai. Non farti travolgere dai
lamenti, dal dolore e dalla mediocrità nascosti nell’anima della gente.
Imparerai molte cose e augurandomi che tu ce la faccia, potrai trasmettere gli
insegnamenti ad altri, una volta uscito.”
“Hai consigli da darmi prima di entrare?”
“Segui l’istinto. Le porte sono tante, vedi?”
Vedevo. Eravamo al centro di uno stanzone circolare asettico; pareti,
soffitto e pavimento riflettevano un bianco opaco quasi fastidioso alla vista.
Nel bianco, tutt’intorno, erano disposte a distanza regolare delle porte nere.
Saranno state una ventina o forse più.
“Entra in una porta a caso, anche se da
queste parti la parola caso non esiste” proseguì Virginia. “Affronta i
dannati che riempiranno le varie stanze. Se non ti lascerai imprigionare
troverai un’altra porta, poi un’altra, e un’altra ancora, finché non uscirai.
Io sarò fuori ad attenderti.”
“Pensi che ce la potrò fare?”
Anziché rispondere, Virginia mi baciò sulla bocca e subito dopo si
volatilizzò. Rimasi come sospeso in un limbo di stordita beatitudine.
Ripresomi, guardai intorno. Puntai una delle porte nere ed entrai.
GLI ANIMALISTI (cap. 5)
Aperta la prima porta mi trovai stipato come una sardina in mezzo a una
moltitudine di persone. Erano in gran parte donne, ma c’erano anche parecchi
uomini. Sembrava impossibile muoversi dentro quello che sembrava un gigantesco
palazzetto dello sport. Credevo di trovare persone con lo sguardo fisso su un
telefonino o un pc, invece mi accorsi che Facebook era nel loro cervello. Non
avevano più bisogno di tastiere o schermi; interagivano ormai mentalmente tanto
erano assuefatti.
“Aiuto Virginia, ho già bisogno di te” pensai.
Virginia apparve in un angolo della mia mente.
“Non farti prendere dal panico o dalla claustrofobia” consigliò. “Sono
gli animalisti, una razza pericolosissima di dannati, ma finché non tocchi la
loro o le loro bestie sono innocui.”
“Grazie, cercherò di farmi spazio.”
Avanzavo a fatica. Le donne in particolare avevano uno sguardo che
incuteva timore; non perché fosse minaccioso, anzi, era uno sguardo spento, ma
era proprio quell’assenza di luce a farmi paura.
“È colpa della solitudine” intervenne Virginia, come se mi avesse letto
nel pensiero. “E della frustrazione. Vivono solo per il loro animale perché hanno
perso la fiducia negli esseri umani. Il trauma o i traumi che hanno vissuto
hanno portato questa gente a diventare cagnari, o gattari, i due gruppi più
diffusi, ma anche pappagallari, cricetari, agnellari, cavallari, eccetera.
Certo, non tutti gli amanti degli animali sono “malati” come quelli che vedi in
questa stanza, per fortuna, ma questa razza di animalisti integralisti sta
spopolando su Facebook, è uno dei partiti più numerosi. Le donne sono le più
pericolose perché su di loro la solitudine ha effetti devastanti a livello
sentimentale prima e cerebrale dopo, soprattutto a una certa età, se non hanno
messo su famiglia, se non hanno un compagno, se sono state tradite, se la vita
le ha deluse.”
“Eh già!” esclamai. O meglio, pensai, visto che la nostra conversazione
avveniva esclusivamente nel mio cervello.
“Vedono nel loro animale quella fonte di amore che gli è stata negata
dagli umani. Dicono: “Il mio cane mi ama senza chiedere niente in cambio, è
lealtà pura.” Per forza, è un cane! Dagli una ciotola di cibo e ti seguirà
ovunque. Bella lealtà da due soldi. Postano continuamente foto di cani, se sono
cagnare, o di gatti, se gattare. Odiano la razza umana: se dovessero trovarsi
in una situazione dove c’è da scegliere se salvare la vita di un bambino o di
un animale, non esiterebbero un secondo a salvare l’animale.”
“Lo so” la interruppi. “Sapessi quante ne ho conosciute e quante mi
hanno tolto l’amicizia perché mi divertivo a provocarle con stilettate
ironiche. Secondo me molte cagnare si fanno persino leccare la passerina dalla
loro bestiola. Credo che pure molti uomini animalisti tendano alla zoofilia. I
peggiori sono quelli che riempiono la loro bacheca di immagini cruente di
povere bestie seviziate, accusando l’uomo di essere spregevole. Credo che gente
così, gente che ama più un animale di un uomo, sia gente psicopatica, serial
killer latenti. D’accordo, ci sono uomini che meritano di essere eliminati
dalla faccia della terra perché non valgono nemmeno la coda di un animale, ma
questo è un altro discorso.”
Detto ciò cercai di farmi largo nella ressa con maggior forza. Volevo
uscire da quella bolgia prima
possibile.
“Io ti conosco” disse Lara.
Era una mia vecchia conoscenza, una cagnara che avevo frequentato anni
prima. Scopammo una dozzina di volte prima che sbroccassi una sera dicendole che “non sopporto più l’abbaiare
continuo del tuo cane di merda.”
Rimase di stucco, pietrificata, basita come non mai.
“Vuoi la verità?” proseguii. “Non sopporto i cani, soprattutto quelli
che abbaiano in continuazione, perché significa che tu padrone non sei stato
capace di educarli. E, porcoddio!, per educare un cane bastano cinque minuti:
un urlo fatto bene e una mazzata tra capo e collo se serve e sono educati per
la vita. È la loro natura, dici?, beh anche la mia natura sarebbe quella di
girare con un kalashnikov e sterminare umani, ma non posso, sono stato
fortunatamente educato, la mia natura smussata. Il tuo cane dimostra che sei
un’incapace, una padrona di merda. A proposito di merda: ti ho visto sai? Ti ho
visto più di una volta non raccogliere gli stronzi di Fuffi per strada. Io
avvelenerei tutti i cani che lasciano stronzi per strada. Colpa dei padroni di
merda, è vero, infatti ammazzerei anche i padroni…”
Ero inarrestabile. Lara era esterrefatta, non avevo mai visto un volto
così stravolto dallo stupore misto a orrore. Si alzò dal divano dove era
seduta, aprì la porta tremando e non ci vedemmo più. Mi tolse subito anche
l’amicizia da Facebook. Peccato perché scopava bene.
Ora me la trovavo di fronte in quello stanzone asfissiante.
“Tu sei quel gran figlio di puttana di Simone Manservisi!”
“Ehm, no, ti sbagli” mentii spudoratamente.
“Sì, sei Simone. Ehi amici, questo stronzo odia i nostri bimbi alla morte. Castriamolo!”
Vidi i volti di tutti quegli zombie incattivirsi all’istante. Spintonai
con più foga, facendo cadere un paio di chiattone e un povero vecchio.
Cercavano di afferrarmi ma il panico mi diede energie sovrumane e riuscii al
pelo a raggiungere la porta successiva. Una donna che somigliava all’ex
ministro Brambilla in avanzato stato di putrefazione mi lanciò contro due gatti
inferociti, mentre un pelato obeso mi sguinzagliò contro il suo dobermann, ma
riuscii ad evitarli e aprii la porta. Ero salvo. Almeno dalla follia
animalista.
I NAZIVEGANI (cap. 6)
Mi ritrovai in un orto sterminato sotto un cielo verdognolo. Sui terreni
coltivati vagavano persone attente a non calpestare le piante seminate; erano
molte meno di quelle della stanza precedente ma comunque in buon numero.
Erano tutti nudi, uomini e donne, tanto che pensai di essere finito in
un campo di naturisti. Mi avvicinai a una bella ragazza prosperosa.
“Chi siete?” chiesi.
“Siamo nazivegani” rispose laconica.
Capii che erano tutti concentrati, come gli animalisti (e come molte
categorie di dannati che seguirono), a scrivere mentalmente post su Facebook. La propaganda imposta dal loro regime
(alimentare) esigeva di convincere più perone possibile a convertirsi al loro
stile di vita.
Mi si avvicinarono due uomini sulla quarantina, uno alto e uno basso, il
colorito pallido, il pene di entrambi rattrappito.
“Tu cosa fare cva? Tu perché vestito? Tu carnivoro, ja?” chiese il più
basso dei due.
“Io solo di passaggio” dissi accusando emotivamente il tono inquisitorio
dell’uomo.
“Tu non risponde. Tu mancia carne, ja?”
“Beh, sì, non tanto amante di carne ma sì, io onnivoro.”
“Tu in arresto” gridò improvvisamente quello alto.
A quel punto scappai per un sentiero che si apriva tra due orticelli più
piccoli. I due nazivegani mi inseguirono, presto affiancati da un’altra decina
di uomini nudi. Non mi accorsi di un avallamento nel terreno e caddi a terra,
trovandomi disteso in un campo di carote. Alle mie spalle si ergeva un’immensa
costruzione di mattoni grigi sovrastata da alti comignoli dai quali usciva un
denso fumo nerastro. Il vegano basso che mi aveva parlato poco prima, che tra
l’altro mi sembrava di aver visto – vestito – anche nella stanza degli
animalisti, mi raggiunse per primo e disse che sarei stato condotto nel lager
lì vicino e incenerito insieme a tutti gli altri non-vegani per trasformarci,
dopo essere stati non so come decontaminati, in concime da dare in sacrificio al Grande Orto
Universale.
“Perché” aggiunse, “noi razza eletta, noi purificare mondo da voi
parassiti. Kartoffel uber alles! Ja?”
Ebbi la prontezza di sradicare una carota dal terreno.
“Fermi tutti” dissi, “o ucciderò questa carota, spezzandola a metà e
contaminandola con la mia saliva di carnivoro.”
Si levò un coro inorridito di “Nooo”.
“Non farlo” disse il nazivegano alto. “Ti lasceremo andare, ma metti giù
quella carota.”
Mi guardai intorno. Alle spalle il lager, a destra altri vegani in
arrivo, a sinistra… eccola, la porta. A un centinaio di metri da me si apriva
ai piedi di un monticello di terra. Gettai in aria la carota e approfittando
della distrazione del gruppo vegano che si tuffava all’unisono per prenderla,
mi catapultai verso la salvezza.
Prima di uscire da quel mondo di pazzi, mi voltai un’ultima volta. La
carota giaceva a terra priva di vita con il collo spezzato.
I POSTA-CIBO (cap. 7)
Mi ritrovai, per una sorta di ironico contrappasso, nel mondo (d’ora in
poi chiamerò mondi le stanze in cui
entrerò) dei posta-cibo.
Sembrava di essere in un immenso ristorante: tutti erano seduti a tavola
e per la prima volta da quando ero “sceso” nel Social Inferno vidi i dannati
con i cellulari in mano. Tutti scattavano foto ai piatti che avevano davanti.
Erano pietanze succulente, dall’aspetto prelibato, ma c’era anche chi
fotografava hamburger con patatine, pizza, sushi, teglie di lasagne della
nonna, biscotti al forno, torte, olive con spritz accanto, passato di verdura,
brodino caldo. Qualsiasi cosa commestibile che finiva su quei tavoli veniva
prontamente immortalata e successivamente condivisa su Facebook. Non potevano
mancare ovviamente nemmeno specialità vegane.
Vedere tutto quel ben di dio mi fece venire l’acquolina in bocca. Chiesi
a un signore che conoscevo di vista anche nella realtà se potevo assaggiare i
suoi spaghetti allo scoglio, che avevano un aspetto a dir poco invitante.
Lorenzo, il signore in questione, mi fulminò con lo sguardo.
“Sei pazzo” disse quasi aggredendomi. “Qui il cibo esiste solo per
essere fotografato e condiviso. Forse nel mondo da dove provieni tu lo si può
mangiare, ma qui… qui… si fotografa soltanto.”
“Come fate a campare se non mangiate?”
“Sciocco. Da queste parti ci
si nutre solo di MI PIACE. Più uno ne riceve più si sente sazio. E ora vattene
che mia moglie sta per mettere in tavola un creme caramel impiattato come
saprebbero fare solo Cracco e Barbieri.”
Benché affamato e desideroso di chiedere a qualcun altro se potevo usufruire
di quel “paradiso culinario”, realizzai di essere all’inferno, nel Social
Inferno, così desistetti e mi infilai nel corridoio che portava alla toilette.
Tra il wc degli uomini e quello delle donne c’era una porta nera. Entrai in
quella.



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