venerdì 30 marzo 2018

I TUTTOLOGI


I TUTTOLOGI (cap. 19)


   Passato a velocità supersonica attraverso il bosco dei solomiofiglio, quelli cioè che scrivono e postano immagini esclusivamente dei loro figli unici – unici perché nessun figlio è migliore dei loro – giunsi nella giungla dei tuttologi. Era un mondo gremito di gente di entrambi i sessi, talmente sovraffollato che vi erano persino uomini e donne aggrappati agli alberi o che penzolavano da lunghe liane.
   Un tizio mi diede l’amicizia, così controllai il suo profilo e scoprii la razza con cui avevo a che fare.
   Il tuttologo è un professionista di Facebook. Commenta qualsiasi evento accada, qualsiasi fatto di cronaca, qualsiasi argomento, dalla politica allo sport, dalla moda all’ultima edizione del Festival di San Remo, dalla cucina di Masterchef alla fisica quantistica. Sembra saperne a pacchi di tutto, in realtà meno sa più si esprime.
   Tra i miei amici di Facebook ci sono alcuni tuttologi; non troppi però, perché a suo tempo ho fatto un bel repulisti e molti sono stati bannati. Ora li ritrovavo tutti lì, dannati bannati!, compresi quelli che, essendo amici anche nella vita vera, non ho mai eliminato.
   Marco è uno di questi ultimi. L’ho incontrato mentre era intento a discutere di niente accano a un cespuglio di non so cosa con una donna grassoccia che sembrava uscita da un dipinto di Botero.
   “Ehilà Simone, cosa ci fai qui?” mi ha chiesto interrompendo l’accalorata conversazione con l’interlocutrice.
   “Sono solo di passaggio.”
   “Vuoi unirti a me e Brunilde? Stavamo commentando ciò che abbiamo appena postato su Facebook. La stavo illuminando sulla bontà dell’ultima manovra approvata dal governo, anche se lei cercava di convincermi del contrario. Vieni, dicci la tua.”
   “Non so niente dell’ultima manovra del governo.”
   “E allora, che importa? Dicci, dicci…”
   “Ma se ti ho detto che non ne so nulla.”
   “Qui tutti sanno tutto.”
   “Infatti sto cercando di andarmene da qui. Io non so un cazzo di niente.”
   “Dai, su, non fare così, non denigrarti.”
   “Non mi sto denigrando, tutt’altro…”
   “Forza Simone. Da queste parti l’opinione diventa legge. Fattene una a caso e dacci il tuo parere. Secondo te come ha lavorato il governo?”
   “Marco, vaffanculo!”
   Così detto lasciai l’amico alla sua dotta disquisizione con Brunilde e mi arrampicai su una palma per vedere se dall’alto riuscivo a scorgere porte nere. C’era solo fitta giungla stipata di umani intorno. Scesi e proseguii evitando il più possibile di essere coinvolto nelle conversazioni dei tuttologi. Qua e là si aprivano nel terreno aree paludose dove uomini e donne vivevano intrappolati nelle sabbie mobili. Dalla loro “prigione” spuntava solo la testa, ma nessuno sembrava preoccuparsene, anzi, tutti continuavano a chiacchierare imperterriti.
   Un signore anziano con fare saccente mi riferì che erano gli analfabeti, quelli che oltre a voler sempre dire la loro (ignorante) opinione su tutto e su tutti, lo fanno in un italiano primitivo. In italiese. Scrivono ai (preposizione) al posto di hai (verbo), ce (pronome) al posto di c’è (verbo), stravolgono la nostra bella lingua con xchè, ke, nn, confondono apostrofi con accenti, non azzeccano un congiuntivo…
   “Manservisi, noto con piacere che anche lei vive da queste parti.”
   Mi guardai intorno senza capire chi avesse parlato.
   “Qui, sono qui,  guardi in basso.”
   La testa di Giulio Capponi sbucava dalle sabbie mobili a non più di due metri da me.
   “Sono solo di passaggio” ripetei.
   “Visto che è uno scrittore sarà sicuramente preparatissimo in materia. Posso intervistarla sull’ultimo libro di Bruno Vespa?”
   “Vespa?! Il diavolo mi fulmini se leggo Vespa!”
   “Suvvia, mi dii un’opinione qualsiasi, inventi!”
   “No scusi, la saluto, stii bene.”
   Capponi è tuttora un mio amico (solo) di Facebook, uno di quelli che non sai come cavolo fai ad averli amici ma li hai, uno a perenne rischio cancellazione. Alla fine mi sono limitato a non farmi inviare più le notizie di quel che pubblica, smettendo di seguirlo. È un giornalista (!) che lavora per un giornale locale milanese, sia web che cartaceo. Oltre ad essere un tuttologo che esprime giudizi inopportuni nei suoi articoli, è un analfabeta di prima categoria. Mi chiedo in che cazzo di società vivo se uno che conosce la grammatica  come me quando andavo alle elementari possa essere un giornalista professionista.
   Lasciatomi alle spalle anche Capponi, dopo ore infinite spese a scansare fitta vegetazione, persone ammassate e discorsi stupidi, arrivai di fronte a un gigantesco baobab e alla porta nera incassata nel suo grosso tronco. La aprii senza paura. Ormai, arrivato a quel punto, con tutta la dannazione che avevo visto e provato, non avevo più paura di nulla, nemmeno della morte.



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