OCCHI CHIUSI (cap. 14)
Ho bisogno di staccare a questo punto. Finché sono nelle profondità del
Social Inferno l’unico modo per farlo è chiudere gli occhi. Lo faccio e
rifletto sulla mia decennale presenza su Facebook. Esiste una categoria di
dannati alla quale appartengo? Sicuramente non ho mai fatto parte dei mondi fin
qui visitati.
Se dovessi immaginare un mondo
per me, potrebbe essere quello dei cerca-amici,
nel caso specifico amiche. Mi imbarazza ammetterlo ma tant’è. Spesso scorro
l’elenco delle PERSONE CHE POTRESTI CONOSCERE per vedere se c’è qualche
potenziale donna che “faccia al caso mio”. Purtroppo quando noto un volto
interessante, una volta spiato il profilo incappo in un corollario di immagini
di fidanzati, mariti e allegre famigliole con figli. Non invio la richiesta a
meno che la donna in questione non risulti una persona interessante dalle altre
informazioni che carpisco. Non voglio sembrare uno snob presuntuoso (o ‘no
stronzo megalomane!), ma faccio molta fatica a trovare persone interessanti sia
nella mia realtà quotidiana che in quella social.
Di certo non chiedo l’amicizia alle supergnocche
che hanno mille foto con un cane, un gatto o peggio ancora un pappagallino.
Nemmeno a quelle che si fanno selfie provocanti in costume da bagno o in bagno:
le donne-trappola le scorgo immediatamente. Ho imparato a individuare le persone
senz’anima praticamente al primo sguardo.
Oppure potrei far parte dei drogati
di mi piace. Sottolineo potrei. Quando
scrivo qualcosa, dalla cazzata più ironica e provocatoria al pensiero più
profondo, mi piace ricevere dei “mi piace”; non scrivo sicuramente con l’intenzione
di avere tanti “mi piace”, però è innegabile che facciano piacere. Un mio amico
diceva che servono all’autostima. Mah, dico solo che a volte possono essere la
prova della validità del post. A volte. Essendo io un tipo fuori dagli schemi
(in un certo senso fuori dal mondo), ed essendo uno scrittore di nicchia (nel
senso che mi leggono in quattro gatti!), mi accontento anche di soli due o tre
“mi piace”, purché arrivino da persone che stimo. Perché, si sappia, anche un
semplice “mi piace” ha più o meno valore a seconda di chi lo elargisce.
Ho notato che più scrivo cose profonde ed ermetiche (ovviamente) meno
“mi piace” ricevo. Ma se tra questi compare il pollice alzato (o il cuore, o
l’Ahah o una delle altre emoticon) di una persona di valore, mi fa molto
piacere. E comunque, aperta e chiusa un’altra parentesi, non è certo il numero
di “mi piace” a stabilire il valore di una persona o dei suoi presunti talenti.
Conosco il mio valore e un mio pensiero “alto” ed elaborato non è paragonabile
ai duecento “mi piace” di una ragazza che mostra due belle tette o un culo
scolpito. Opere d’arte anche quelle, però… Mmm… no, no, riflettendoci bene non
sono (ancora) un drogato di mi piace.
Sean Parker, fondatore di Napster e primo presidente di Facebook, disse
in un’intervista che il “social blu” sfrutta le vulnerabilità psicologiche
delle persone, spiegando che il meccanismo costruito intorno ai “mi piace”,
alle condivisioni e ai commenti, funziona di fatto come “un loop di validazione
sociale” basato proprio intorno a una “vulnerabilità psicologica umana”. Per le
dimensioni che ha oggi, Facebook cambia letteralmente la relazione di un
individuo con la società e con gli altri; e probabilmente interviene in modo
negativo sulla produttività. Parker inoltre si dice preoccupato per ciò che sta
succedendo al cervello dei più giovani. Ansia, irritabilità, paure, isolamenti,
“fomo” (la cosiddetta “fear of missing out”, ovvero la paura di rimanere
tagliati fuori dai flussi di notizie e aggiornamenti), iperesposizione, rapporti
amicali e influenze politiche. Colui che ha contribuito a crearlo si scaglia
contro Facebook materializzando i miei sospetti. Il Grande Fratello sta
raggiungendo il suo scopo!
Un altro possibile mondo a cui potrei appartenere è quello dei sempre connessi, ma ormai vi rientriamo
praticamente tutti. Non ho bisogno di fare un sondaggio e segnare le
statistiche per dimostrare che la prima cosa che fa il 90% dei dannati appena
sveglio la mattina è connettersi e vedere cosa accade nel mondo di Facebook.
Siamo ormai sempre connessi, come se avessimo paura di essere esclusi,
emarginati, rifiutati senza il conforto del Social Inferno e dei dannati che lo
abitano. Una volta, quando ci si sedeva sul water ci si portava un libro, un
giornale, una rivista o le parole crociate; stessa cosa quando ci si coricava
sul letto prima di dormire. Oggi si va su Facebook a scorrere le news con il
pollice sullo schermo del telefonino. Si narra addirittura di gente che si è
slogata il pollice o ha avuto altri problemi articolari a causa della
dipendenza da Facebook.
Tutto questo mi riporta alla mente una conversazione avuta con un amico
– sempre quello che mi parlava di autostima – non molto tempo fa: l’argomento
era la solitudine e io asserivo che la solitudine che può provare un giovane
feisbuchizzato non è come la solitudine che provavamo noi da giovani o che
prova ora un essere umano di qualsiasi età non feisbuchizzato. C’è
effettivamente qualcosa di subdolo nel social network, qualcosa che ti
rosicchia piano piano il cervello tramite, tra le altre cose, l’avvelenamento
di un sentimento positivo (entro i limiti) come quello della solitudine. Non è
un concetto facile da spiegare, ma all’amico, che dubito capì cosa intendessi,
la sintetizzai così: “La solitudine sana
ti permette di ricaricare mente e spirito, mentre la solitudine che ti lascia
Facebook una volta staccato è una solitudine vuota che ti porta solo a voler
tornare nel mondo (inferno) social senza il quale non sai più stare.”
Ma ora basta con queste analisi e pseudoanalisi da psicologo
improvvisato. In questo momento ho un obiettivo solo: uscire al più presto dal
Social Inferno. Riapro gli occhi…
I DEPRESSI (cap. 15)
… e finisco, uscito dalla porta dei creduloni, nel mondo dei depressi.
Fui (torno a usare il passato remoto o l’imperfetto o altri tempi a
seconda dei casi) subito attorniato da frotte di gente querula, sofferente, apatica.
Il loro habitat era un grande labirinto formato da siepi di rovi secchi alte
più di tre metri. Il cielo era plumbeo e il terreno reso scivoloso da una
fanghiglia grigiastra.
Chiesi a un uomo vestito di nero (tutti erano vestiti di nero) come potevo
fare per trovare l’uscita.
“Non lo so, se lo sapessi non sarei qui.”
La sua risposta non faceva una piega, così, realizzato che nessuna di
quelle persone avrebbe potuto aiutarmi, mi misi a percorrere le vie del
labirinto.
I depressi sono quella specie feisbucchina che si lamenta in
continuazione, che scrive quasi esclusivamente di quanto sia triste la propria
vita. Nella realtà ho conosciuto forse più donne di questo genere, ma anche gli
uomini si difendono bene.
Dopo cinque o sei ore di cammino in quel dedalo di tristezza mi venne
voglia di interpellare Virginia per avere qualche indicazione, ma sapevo già
cosa mi avrebbe detto: “Non arrenderti, vai avanti e prima o poi ne uscirai.”
Parevano le parole giuste da dire anche a un depresso per tirarlo su di morale.
Distratto dai miei pensieri mi scontrai con una giovane ragazza.
Cominciò a piangere.
“Ti sei fatta male?” chiesi preoccupato.
“No, non sto piangendo perché mi sono fatta male. Piango perché… perché…
se fai del bene… più bene si fa più lo si prende in quel posto.”
Mioddioporco, no! La frase più stupida e fallace che si possa leggere su
Facebook mi veniva spiattellata in faccia in quel momento.
“Non è vero” dissi cercando di consolarla. “Fare del bene, senza
pretendere nulla in cambio, porta sempre del bene. I frutti del bene si
raccolgono sempre prima o poi.”
“Magari, invece lo si prende sempre in culo. Capisci meglio se parlo
così? A fare del bene LO SI PIGLIANCULO!”
Non so perché ma mi venne voglia di stenderla con un gancio al mento.
Per non rischiare di mettere in pratica quella fantasia salutai la ragazza e
ripresi il cammino. Mi ci volle in tutto mezza giornata di peregrinazioni prima
di trovare una porta nera tra i rovi della siepe.


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