venerdì 23 marzo 2018

OCCHI CHIUSI, I DEPRESSI


OCCHI CHIUSI (cap. 14)


   Ho bisogno di staccare a questo punto. Finché sono nelle profondità del Social Inferno l’unico modo per farlo è chiudere gli occhi. Lo faccio e rifletto sulla mia decennale presenza su Facebook. Esiste una categoria di dannati alla quale appartengo? Sicuramente non ho mai fatto parte dei mondi fin qui visitati.
   Se dovessi immaginare un mondo per me, potrebbe essere quello dei cerca-amici, nel caso specifico amiche. Mi imbarazza ammetterlo ma tant’è. Spesso scorro l’elenco delle PERSONE CHE POTRESTI CONOSCERE per vedere se c’è qualche potenziale donna che “faccia al caso mio”. Purtroppo quando noto un volto interessante, una volta spiato il profilo incappo in un corollario di immagini di fidanzati, mariti e allegre famigliole con figli. Non invio la richiesta a meno che la donna in questione non risulti una persona interessante dalle altre informazioni che carpisco. Non voglio sembrare uno snob presuntuoso (o ‘no stronzo megalomane!), ma faccio molta fatica a trovare persone interessanti sia nella mia realtà quotidiana che in quella social.
   Di certo non chiedo l’amicizia alle supergnocche che hanno mille foto con un cane, un gatto o peggio ancora un pappagallino. Nemmeno a quelle che si fanno selfie provocanti in costume da bagno o in bagno: le donne-trappola le scorgo immediatamente. Ho imparato a individuare le persone senz’anima praticamente al primo sguardo.
   Oppure potrei far parte dei drogati di mi piace. Sottolineo potrei. Quando scrivo qualcosa, dalla cazzata più ironica e provocatoria al pensiero più profondo, mi piace ricevere dei “mi piace”; non scrivo sicuramente con l’intenzione di avere tanti “mi piace”, però è innegabile che facciano piacere. Un mio amico diceva che servono all’autostima. Mah, dico solo che a volte possono essere la prova della validità del post. A volte. Essendo io un tipo fuori dagli schemi (in un certo senso fuori dal mondo), ed essendo uno scrittore di nicchia (nel senso che mi leggono in quattro gatti!), mi accontento anche di soli due o tre “mi piace”, purché arrivino da persone che stimo. Perché, si sappia, anche un semplice “mi piace” ha più o meno valore a seconda di chi lo elargisce.
   Ho notato che più scrivo cose profonde ed ermetiche (ovviamente) meno “mi piace” ricevo. Ma se tra questi compare il pollice alzato (o il cuore, o l’Ahah o una delle altre emoticon) di una persona di valore, mi fa molto piacere. E comunque, aperta e chiusa un’altra parentesi, non è certo il numero di “mi piace” a stabilire il valore di una persona o dei suoi presunti talenti. Conosco il mio valore e un mio pensiero “alto” ed elaborato non è paragonabile ai duecento “mi piace” di una ragazza che mostra due belle tette o un culo scolpito. Opere d’arte anche quelle, però… Mmm… no, no, riflettendoci bene non sono (ancora) un drogato di mi piace.
   Sean Parker, fondatore di Napster e primo presidente di Facebook, disse in un’intervista che il “social blu” sfrutta le vulnerabilità psicologiche delle persone, spiegando che il meccanismo costruito intorno ai “mi piace”, alle condivisioni e ai commenti, funziona di fatto come “un loop di validazione sociale” basato proprio intorno a una “vulnerabilità psicologica umana”. Per le dimensioni che ha oggi, Facebook cambia letteralmente la relazione di un individuo con la società e con gli altri; e probabilmente interviene in modo negativo sulla produttività. Parker inoltre si dice preoccupato per ciò che sta succedendo al cervello dei più giovani. Ansia, irritabilità, paure, isolamenti, “fomo” (la cosiddetta “fear of missing out”, ovvero la paura di rimanere tagliati fuori dai flussi di notizie e aggiornamenti), iperesposizione, rapporti amicali e influenze politiche. Colui che ha contribuito a crearlo si scaglia contro Facebook materializzando i miei sospetti. Il Grande Fratello sta raggiungendo il suo scopo!
   Un altro possibile mondo a cui potrei appartenere è quello dei sempre connessi, ma ormai vi rientriamo praticamente tutti. Non ho bisogno di fare un sondaggio e segnare le statistiche per dimostrare che la prima cosa che fa il 90% dei dannati appena sveglio la mattina è connettersi e vedere cosa accade nel mondo di Facebook. Siamo ormai sempre connessi, come se avessimo paura di essere esclusi, emarginati, rifiutati senza il conforto del Social Inferno e dei dannati che lo abitano. Una volta, quando ci si sedeva sul water ci si portava un libro, un giornale, una rivista o le parole crociate; stessa cosa quando ci si coricava sul letto prima di dormire. Oggi si va su Facebook a scorrere le news con il pollice sullo schermo del telefonino. Si narra addirittura di gente che si è slogata il pollice o ha avuto altri problemi articolari a causa della dipendenza da Facebook.
   Tutto questo mi riporta alla mente una conversazione avuta con un amico – sempre quello che mi parlava di autostima – non molto tempo fa: l’argomento era la solitudine e io asserivo che la solitudine che può provare un giovane feisbuchizzato non è come la solitudine che provavamo noi da giovani o che prova ora un essere umano di qualsiasi età non feisbuchizzato. C’è effettivamente qualcosa di subdolo nel social network, qualcosa che ti rosicchia piano piano il cervello tramite, tra le altre cose, l’avvelenamento di un sentimento positivo (entro i limiti) come quello della solitudine. Non è un concetto facile da spiegare, ma all’amico, che dubito capì cosa intendessi, la sintetizzai così: “La solitudine sana ti permette di ricaricare mente e spirito, mentre la solitudine che ti lascia Facebook una volta staccato è una solitudine vuota che ti porta solo a voler tornare nel mondo (inferno) social senza il quale non sai più stare.”
   Ma ora basta con queste analisi e pseudoanalisi da psicologo improvvisato. In questo momento ho un obiettivo solo: uscire al più presto dal Social Inferno. Riapro gli occhi…





I DEPRESSI (cap. 15)


   … e finisco, uscito dalla porta dei creduloni, nel mondo dei depressi.
   Fui (torno a usare il passato remoto o l’imperfetto o altri tempi a seconda dei casi) subito attorniato da frotte di gente querula, sofferente, apatica. Il loro habitat era un grande labirinto formato da siepi di rovi secchi alte più di tre metri. Il cielo era plumbeo e il terreno reso scivoloso da una fanghiglia grigiastra.
   Chiesi a un uomo vestito di nero (tutti erano vestiti di nero) come potevo fare per trovare l’uscita.
   “Non lo so, se lo sapessi non sarei qui.”
   La sua risposta non faceva una piega, così, realizzato che nessuna di quelle persone avrebbe potuto aiutarmi, mi misi a percorrere le vie del labirinto.
   I depressi sono quella specie feisbucchina che si lamenta in continuazione, che scrive quasi esclusivamente di quanto sia triste la propria vita. Nella realtà ho conosciuto forse più donne di questo genere, ma anche gli uomini si difendono bene.
   Dopo cinque o sei ore di cammino in quel dedalo di tristezza mi venne voglia di interpellare Virginia per avere qualche indicazione, ma sapevo già cosa mi avrebbe detto: “Non arrenderti, vai avanti e prima o poi ne uscirai.” Parevano le parole giuste da dire anche a un depresso per tirarlo su di morale.
   Distratto dai miei pensieri mi scontrai con una giovane ragazza. Cominciò a piangere.
   “Ti sei fatta male?” chiesi preoccupato.
   “No, non sto piangendo perché mi sono fatta male. Piango perché… perché… se fai del bene… più bene si fa più lo si prende in quel posto.”
   Mioddioporco, no! La frase più stupida e fallace che si possa leggere su Facebook mi veniva spiattellata in faccia in quel momento.
   “Non è vero” dissi cercando di consolarla. “Fare del bene, senza pretendere nulla in cambio, porta sempre del bene. I frutti del bene si raccolgono sempre prima o poi.”
   “Magari, invece lo si prende sempre in culo. Capisci meglio se parlo così? A fare del bene LO SI PIGLIANCULO!”
   Non so perché ma mi venne voglia di stenderla con un gancio al mento. Per non rischiare di mettere in pratica quella fantasia salutai la ragazza e ripresi il cammino. Mi ci volle in tutto mezza giornata di peregrinazioni prima di trovare una porta nera tra i rovi della siepe.



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