I VACANZIERI E I
PARTYGIANI (cap. 8)
Il mondo successivo era quasi stipato come quello degli animalisti,
anche se una signora a cui chiesi informazioni mi disse che “è così affollato
solo perché è periodo”. In altri periodi non c’era quasi nessuno. Disse che
agosto era il momento di massima piena, seguito da Natale, Pasqua e i ponti
festivi.
Ero su una nuvola bianca sospesa tra mare e monti. Camminavo per quel
mondo ovattato che mi ricordava una vecchia pubblicità della Lavazza ambientata
in paradiso. Qui però ero all’inferno, non potevo dimenticarlo.
I tanti dannati che si muovevano eccitati erano turisti, o se non erano
i classici turisti erano viaggiatori social. Mischiati a loro si potevano
scorgere anche numerosi individui che avrei poi scoperto trattarsi di partygiani, con la ipsilon, ovvero
quelli che ad ogni evento mondano o festaiolo pubblicano decine di foto. Non me
ne rendevo conto perché non ero un’anima dannata, almeno non ancora - infatti
me lo disse Virginia che avevo interpellato per un momento - ma stavano tutti
mandando mentalmente le immagini vacanziere sui vari social, da Facebook a
Twitter, da Instagram a Whatsapp. Spesso con l’unica intenzione di provocare
invidia.
Il loro stato euforico mi fece tornare alla mente lo stralcio di un
libro di J. G. Ballard (Millenium People)
letto più di una decina di anni prima: “Il turismo è un sonnifero potente. È
una truffa di dimensioni colossali, e fa credere alla gente che ci sia qualcosa
di interessante nella loro vita. È il gioco delle sedie al contrario. Ogni
volta che si ferma la musica di sottofondo, la gente si alza e balla intorno al
mondo, e al cerchio vengono aggiunte altre sedie, altri porticcioli e Marriott
Hotel, così tutti hanno l’impressione di vincere.”
Pensai ai miei amici. Probabilmente c’era anche qualcuno di loro lì su
quella nuvola, da qualche parte. Lavorano come schiavi (guai a dire a un
lavoratore che è uno schiavo o ti odierà per il resto dei tuoi giorni per
avergli ricordato un’amara verità che tenta di dimenticare con la routine) per
undici mesi all’anno e quando i capi (i kapò del Grande Fratello) danno loro
qualche giorno di libertà (le agognate ferie) per farli appunto sentire uomini
liberi e non schiavi, devono a tutti
i costi andare in giro per l’Italia o per il mondo a fare foto che dimostrino
che no!, col cazzo che siamo schiavi, noi
siamo liberi, hai visto?, guarda qua che posti abbiamo visitato… gli schiavi
non possono permetterselo.
Invece sono schiavi eccome, e lo saranno per tuta la vita. Anche quando
andranno in pensione, perché la schiavitù del Grande Fratello si sarà ormai trasformata in una prigione
mentale.
Mi permisi di disturbare un signore sui cinquanta, elegante, si vedeva
lontano un miglio che era un benestante se non addirittura un riccone. Era
concentrato a postare roba su Facebook quindi mi guardò infastidito.
“Che vuoi?”
“Posso chiederle l’amicizia su Facebook?”
“Certo. Cercami: Fulvio Brioso. Ma ora scusami, ho da fare” disse
tornando a immergersi nel suo “mondo incantato”.
Non ebbi bisogno di collegarmi con un pc o il cellulare; nel Social
Inferno in cui ero entrato da qualche ora con Virginia stavo imparando a
connettermi mentalmente anch’io. Chiesi l’amicizia a Fulvio Brioso e spulciai
tra le sue foto. Era pieno di album con immagini di viaggi alle Maldive,
Sardegna, New York, Kuala Lumpur, Cortina, eccetera. Molte erano selfie che lo
ritraevano a feste e festini, in posti chic, tra donne bellissime, con amici
dall’aria snob. Mi venne in mente una mia amica che tutte le volte che si
citava un altro mio amico, diceva sempre: “Lui sì che sa come godersi la vita,
sempre in vacanza appena può.” Ogni volta che la sentivo dire così pensavo
invece che al posto di Edo Banana (l'amico mio), nelle
discoteche di Ibiza, agli apericena a Milano Marittima, a chiavarsi minorenni
in Thailandia, ad arrostirsi al sole di Follonica, io mi sarei solo rotto i
coglioni. Ognuno ha i suoi gusti sul come viaggiare e divertirsi. Ma a parte
questa personale opinione, è ovvio che la gente ha bisogno di svago, di vedere
posti nuovi, di divertirsi. Tutti, o quasi, ne abbiamo bisogno. Solo che nel
2018, se non lo si mostra a tutti è come se non ci fossimo mai mossi di casa.
Lo scriveva anche Brioso in uno dei suoi recenti commenti da Saint Tropez: “Se
non posti non esisti.”
A questo punto ebbi un attacco di nausea. Fortunatamente non lontano da
dove mi trovavo si intravedevano ben cinque porte nere; sembravano sospese nel
cielo. Mi avviai per raggiungerle e avvicinandomi mi resi conto che erano
effettivamente sospese nel cielo. Non mi preoccupai della scelta ed entrai
nella prima che mi capitò a tiro.
I
METEOROPATETICI (cap.9)
Messo piede oltre la porta che avevo aperto scivolai da un pendio erboso
per una quindicina di metri, finendo in una pozza d’acqua fetida e melmosa che
mi arrivava alle ginocchia. Intorno a me centinaia, migliaia, più probabilmente
milioni di persone camminavano a testa in su osservando il cielo, rallentati
dall’acqua alta.
“Stanno postando commenti sul tempo” disse Virginia, che era venuta a
trovarmi per qualche istante. “Scrivono banalità a seconda di ciò che fa nella
loro “realtà climatica”.
“Che caldo!”
“Che due palle la pioggia!”
“Oggi nebbia da paura!”
“Siamo forse tornati nell’era glaciale?”
“Nuvole andate viaaa!”
“Uffa che afa!”
“Nevicaaa!”
Erano i meteoropatetici. Vivevano solo per commentare il meteo. Nella
vita reale erano persone grigie, con scarsi argomenti di conversazione, se non,
appunto, le condizioni climatiche.
Sperai di trovare la porta o le porte successive al più presto. Mi
muovevo a fatica in quel mondo da circa mezz’ora, quando il cielo prima limpido
si oscurò all’improvviso. I meteoropatetici vicino a me cominciarono ad
elettrizzarsi, i volti inespressivi che avevo colto durante il tragitto si
illuminarono. Mi collegai mentalmente al mio profilo Facebook e vidi “piovere” post a getto continuo.
“Cielo nero ne abbiamo?!” (Quel “ne abbiamo”
mi fece tra l’altro pensare a quanto Facebook influenzi il linguaggio e i modi
di dire ad una velocità impressionante.)
“Tra un po’ viene giù il mondo!”
“Mamma che tuoni!”
“Grandine come palle da tennis!”
“Temporaloneee!”
L’apice dei post lo raggiungono le nevicate. La gente va giù di mente,
se mi si consente un gioco di parole, quando cominciano a scendere dal cielo
fiocchi bianchi. Foto e commenti intasano come non mai la grande piazza social.
Mi scollegai e proseguii. Dovetti aspettare che il maltempo si placasse
per scorgere ai piedi dell’arcobaleno che si era formato una porta nera. Mi ci
diressi senza indugio.
I RIPPER (cap. 10)
Uno sterminato deserto mi accolse oltre la soglia. Il cielo era buio e
stellato, con astri grandi e splendenti. Pur non essendoci luna, era come se un
satellite al massimo della lucentezza illuminasse quella distesa di sabbia; in
realtà più che sabbia sembrava polvere finissima.
Perplesso mi incamminai per la landa desolata. Ogni tanto incontravo
qualche piccola duna ma generalmente la distesa era piuttosto piatta. Dopo un
paio d’ore di viaggio senza incontrare anima viva (!) chiesi delucidazioni a Virginia,
la quale apparve solo per un istante per dirmi “abbi fiducia”.
Provai ad averla. Ad un tratto, fiducia o non fiducia, vidi un piccolo
vortice mulinare nella sabbia ai miei piedi, poi un altro a pochi metri, e un
altro ancora non lontano. Mi preoccupai. Dai mulinelli, che si stavano
moltiplicando a vista d’occhio, cominciarono a spuntare uomini e donne. Mi
collegai a Facebook ma non mi servì a capire bene dove mi trovavo.
“Virginia, non riesco a venirne a capo” pensai. “Dimmi cosa succede,
dove mi trovo?”
“Sei nel mondo dei ripper”
rispose prontamente.
“Nel mondo dei rapper? Questa gente non assomiglia nemmeno lontanamente
a un Eminem o a un Fabri Fibra.”
“Ma no, ripper non rapper. Da r.i.p.: riposa in pace. O rest in peace se
preferisci l’inglese. Sono tutti quei feisbuchizzati
che ogni volta che muore un vip mettono rip… Sembra quasi che non vedano
l’ora di apprendere notizie luttuose per postare le solite frasi di
circostanza: “Che Dio ti accolga nel suo Regno”, “Che la terra ti sia lieve”,
“Proteggici da lassù”, “Chissà quante risate vi farete ora con i tuoi vecchi
amici”, “Sono sempre i migliori che se ne vanno”, “Fai buon viaggio” e così
via. Ma soprattutto: “Riposa in Pace”.”
“Ne conosco tanti là fuori. Sbucano
soprattutto per mettere RIP alle notizie di trapassati celebri, poi spariscono.
Magari non sanno nemmeno bene chi erano o cosa facevano. Mettere RIP
accompagnando il post con la foto o il link della news dell’attore o del
cantante deceduto è il loro hobby preferito.”
“Eh già. Lo fanno anche con parenti, amici e persone non celebri
ovviamente, ma sembra che rippare personaggi
famosi liberi serotonina nel cervello di costoro e li faccia sentire bene.”
“Mi scappa da ridere. Per me la morte è morte e trovo ridicoli tutti i
riti e, nel caso specifico, le frasi di circostanza che la accompagnano. Trovo
che un cimitero sia una semplice discarica ma capisco tutti i poveracci che
vanno a parlare con i loro cari sulle tombe. Potrebbero farlo in qualsiasi posto,
risparmiando tempo, visto che l’anima dei defunti non finisce certo sotto
terra. Sto divagando, lo so. Beh, grazie per la delucidazione Virginia. Voglio andarmene
il prima possibile da questa valle di
lacrime.”
“Vai Simone, vai e non fermarti mai.”
Continuai a camminare per quella triste distesa. Avevo la sensazione di
essere lì da mesi o da anni. Quando vedevo sbucare persone dalla polvere mi
collegavo (potere maledetto di Facebook!) per vedere chi fosse morto.
“Rip David Bowie, mito della mia giovinezza.”
“Addio Bud Spencer, amico e tesoro di noi vecchi ragazzi.”
“Pace all’anima tua grande Umbero Eco.”
“Nuooo Paolo Villaggio. Che dolore! Salutami Filini.”
“Se n’è andato il grande Charles Bukowski. Prosit vecchio ubriacone!”
Sì, lessi anche questa. Il vecchio Hank se n’era andato nel lontano 1994,
quando Facebook non era forse nemmeno lontanamente immaginabile, ma molti
credevano fosse appena morto e aggiungevano l’emoticon del “Sigh”. D’altra
parte non c’era bisogno della venuta di Facebook per mostrare quanta ignoranza
ci sia nel mondo.
C’è qualcosa di insano, non dico di macabro, proprio di insano in questa
sorta di rito apotropaico. Forse i ripper lo fanno per sentirsi vivi e
scongiurare la propria morte: se sono morti loro che sono famosi, pensano,
allora noi esistiamo, e se esistiamo esprimiamo le nostre inutili ma “felici”
condoglianze. Evviva!
Dopo un tempo che mi parve infinito, quando ormai si stava insinuando
nella mia mente il timore di non uscire più da lì, mi imbattei in un paio di
porte nere al centro di una grande duna. Entrai in quella di destra.



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