domenica 18 marzo 2018

Primi tre capitoli (incipit)





Nota: le vignette che accompagnano i capitoli della storia possono non rispecchiare esattamente quanto scritto. Sono state disegnate dopo alcune discese dell’autore negli inferi del bar sotto casa.




1988  (cap. 1)


   Prima superiore. La scuola è iniziata da un mese e sto ancora cercando di abituarmi a quella nuova dimensione. Nuovi compagni, nuovi professori, nuova città, vecchio senso di inadeguatezza.
   Devo ancora compiere quattordici anni e mi sento in prigione da una vita. Tutto ciò che è stato obbligo fino a quel momento mi ha sempre soffocato: scuola, studio, catechismo, messa, riti, feste programmate, regole varie. Nella mia ignoranza di adolescente sento che un modo per fuggire da quella gabbia ci deve comunque essere. La fantasia! Sì, la fantasia potrà aiutarmi in quella che sembra una missione apparentemente impossibile.
   Non sto però pensando a questo quel giorno di ottobre, anche perché prima che mi renda conto del mio stato di prigioniero, e soprattutto prima che mi si sviluppi una mente filosofica, devono ancora passare alcuni lustri. Quel giorno sto solo sorbendomi la professoressa di italiano, la signora Corvini (nomen omen visto che ha un naso che la fa somigliare davvero a un corvo), che ci parla di Dante e della Divina Commedia.
   “La Divina Commedia” spiega la Corva, come la chiamiamo ormai tutti, “è un poema didattico-allegorico composto da tre cantiche: Inferno, Purgatorio e Paradiso. Il titolo originale dato all’opera dallo stesso autore è “Commedia” e si riferisce al contenuto, in quanto, come la commedia, ha inizio triste e fine lieto, e alla forma, in quanto si serve dello stile medio, o comico, e non dello stile elevato, o tragico. L’appellativo di “Divina” fu aggiunto in seguito dal Boccaccio. L’argomento trattato si rifà alla letteratura d’oltretomba e alla letteratura mistica, tanto diffuse nel Medioevo. Narra il viaggio immaginario di Dante attraverso i tre regni dell’aldilà, appunto Inferno, Purgatorio e Paradiso…”
   Io a quel punto mi sono già estraniato e, nascosto il più possibile dal compagno che ho davanti, disegno fumetti e caricature sul quaderno degli appunti e sul libro di testo.
   “Bene bene bene” esclama dopo un po’ la professoressa ridestandomi dal mio mondo di fantasia. “Vedo che il nostro Simone è molto interessato alla lezione.”
   Colto di sorpresa arrossisco con le infantili risatine di sottofondo della classe.
   “Vediamo dunque” mi chiede la prof. “Con che parole comincia l’Infeno? Nel…
   “…”
   Nel me…”
   “…”
   Nel mezzo…
   Nel mezzo della vita.
   “Sì, buonanotte” dice la Corva suscitando un’altra ondata di risate. “Fammi un po’ vedere cosa stai disegnando… Un leone, una lupa… oh beh, diciamo che proprio distratto non eri. Questa però non sembra una lonza, sembra più un corvo…”
   “Ah ah ah” fa la classe intera.
   “Caro il mio Manservisi, una bella nota sul diario a fine lezione non te la toglie nessuno. Uh, e questo? Guarda come hai ridotto il libro! Guardate tutti: una foresta che quasi copre il testo. Ahi ahi ahi, se non stai attento Simone ti ritroverai ben presto in una selva oscura…”
   E giù altre risate.
  
   Finalmente suona la campanella che sancisce la fine delle lezioni. Tornando a casa in autobus associo vagamente la selva oscura dantesca alla realtà, alla società che percepisco piuttosto malata, al mondo degli adulti che mi sembrano in grado di combinare più danni dei bambini.
   Alla fermata di Castello d’Argile scendo dall’autobus con un senso di liberazione; anche se mi tocca ancora il supplizio di qualche ora di studio, dopo potrò disegnare liberamente i miei fumetti e andare a giocare a pallone. Fogli di carta e campi d’erba sono il mio Paradiso.

   Terminati i compiti, anziché disegnare mi catapulto al campetto parrocchiale visto che un paio di amici sono venuti a dirmi che alle quattro in punto è previsto un partitone contro dei ragazzi più grandi che ci hanno sfidati.
   In quel periodo per me esistono solo due cose, come ho già precisato: disegnare fumetti e giocare a calcio. Ma quel giorno di ottobre mi accorgo forse per la prima volta che esiste anche altro.
   Virginia è seduta con le sue amiche su una delle panchine che circondano il campetto. So chi è perché il paese dove vivo è piccolo e ci conosciamo tutti. Mentre gioco noto che il suo interesse è rivolto esclusivamente a me. Durante la partitella contro i “grandi” (duravano ore le partitelle a quei tempi ante internet) prendo la mia prima cotta.
   Gasato da quella nuova piacevolissima sensazione, mi impegno allo spasimo; dribblo tutti, persino i miei compagni, e segno gol spettacolari. I “grandi” sono annichiliti.
   Durante una breve pausa siedo accanto a Virginia. Il sorriso che mi regala mi riempie talmente di felicità che ancora oggi quando penso alla parola felicità mi viene in mente il suo sorriso quel giorno.
   Purtroppo alle sei di sera mia madre, che lavora al supermercato lì accanto, si affaccia alla porta del retrobottega e grida: “Simone, vai subito a casa a studiare!”
   “Ma mamma, ho già studiato” rispondo leggermente imbarazzato per l’inopportuna intromissione.
   “Allora vai a ripassare che non ti fa male.”
   Non mi va di discutere davanti a tanta gente così saluto gli amici, che ricambiano solidali, e mi incammino.
   “Ehi Simo” mi sento chiamare, “e io… non mi saluti?”
   “Ciao Virginia” dico mentre lei sorride strizzandomi l’occhio.
   Il cuore comincia a battere più forte e mi metto a correre per non far vedere che le gambe hanno cominciato a tremare.

***

   Non la rivedrò più dopo quella volta. È tardi, una nebbiosa sera di novembre. Mentre sto disegnando un cavaliere che affronta a mani nude un drago (non so perché lo ricordo così nitidamente) mamma entra in camera mia e dice che Virginia, “hai presente quella bella biondina dagli occhi chiari che va alle scuole medie?!”, è morta investita da un camion.
   Rimango pietrificato. Quando mamma se ne va mi alzo dalla scrivania e vado a letto. Solo dopo parecchi minuti le lacrime cominciano a sgorgare copiose. Mi addormento forse mezz’ora dopo pensando a una selva oscura, che pur non sapendo bene di cosa si tratti, immagino pronta ad inghiottirmi nella vita futura.




2008 (cap. 2)

   Nel 2008 ero praticamente “nel mezzo del cammin di nostra vita”. Dicono che Dante avesse trentacinque anni quando scrisse la Divina Commedia. Io c’ero vicino: andavo per i trentaquattro.
   La selva oscura in cui mi ero inoltrato una ventina di anni prima cominciava a diradarsi. Non era stata una vita facile per uno spirito sensibile e artistico come me, ma me la stavo cavando. L’inferno in terra non mi aveva inghiottito e schiacciato; non ero ancora fuori pericolo, ma andavo avanti con il sentore di farcela prima o poi.
   All’epoca stavo consolidando le basi del mio essere scrittore e pensatore. Scrivere (passione che aveva sostituito in parte disegnare) e giocare a calcio mi avevano tenuto a galla in quel mare di merda e fiamme che era ed è la nostra società.
   Nel 2008 giocavo nella squadra del mio paese, la Libertas Argile; per l’età, più che per il carisma che non ho, ero il capitano di quel gruppo intento ad affrontare senza infamia e senza lode il campionato di seconda categoria.
   Una sera, durante un allenamento, un mio compagno di squadra disse: “Manser, non ti sei ancora iscritto a Facebook?”
   “No” risposi, “non so neanche cos’è.”
   “È una gran bazza” ribatté Mirko, il mio compagno. “È tipo una roba nata per mettere in contatto tra loro gli studenti dei college americani ma si sta diffondendo in tutto il mondo. Ti consiglio di iscriverti, ti divertirai un casino e potrai far conoscere a molte più persone i tuoi scritti e i tuoi libri.”
   In quel periodo seguivo, dopo averli aperti, diversi blog che trattavano argomenti vari: uno trattava di calcio e delle peripezie della mia squadra scalcinata, uno affrontava tematiche paesane, un altro ancora parlava di cultura e promuoveva i miei libri in particolare. I visitatori non erano tanti e solo pochi utenti interagivano con me dandomi scarse soddisfazioni, così incuriosito dalle parole di Mirko mi iscrissi a Facebook. Pensavo che magari, con questo social network (parola anch’essa nuova per me) potevo far conoscere a più persone i miei blog e più in generale la mia arte.
   Presto mi resi conto che questo moderno Grande Fratello orwelliano aveva un potere smisurato sulle masse, e fagocitava gli individui. Da parte mia ci fu una perdita di interesse per i blog (dovuta principalmente al fatto che sempre più utenti, e già ne avevo pochi, non avevano altro Dio all’infuori di Facebook) e pian piano smisi di scrivere con la frequenza e l’entusiasmo dei giorni migliori.
   Il diabolico social cominciava a spopolare. C’era gente continuamente collegata, persino al lavoro; molti dicevano di non poterne fare a meno. Io, per quanto affascinato e divertito dal giochino, riuscivo a gestire bene la nuova dipendenza. Passarono gli anni. Continuai a scrivere per qualche tempo sui vari blog, soprattutto quello della squadra, poi come detto l’interesse del pubblico scemò drasticamente e di conseguenza gli stimoli che mi permettevano di tenere aperte queste finestre “culturali” vennero meno.
   Con l’arrivo di telefoni cellulari sempre più evoluti poi ha cominciato a mutare sempre più velocemente il comportamento sia intimo che sociale delle persone. A Facebook (e agli altri social) ci si poteva collegare anche dallo smartphone o dall’I-phone e a quel punto gli esseri umani erano irrimediabilmente schiavi. Si vedevano girare per strada zombie sempre chini sul telefonino, perennemente a rischio di inzuccarsi contro un palo o essere travolti da una macchina, il cui conducente era a sua volta impegnato a guardare il telefono o a chattare. Ai concerti, alle partite di calcio, durante gi spettacoli in generale nessuno sapeva più godersi il momento senza filmare o fare foto per poi condividerle immediatamente con il resto del popolo della Rete. I cervelli erano ostaggio dei social e in particolare di Facebook. Le scelte singole più banali fino ai comportamenti delle masse venivano influenzati dal Leviatano creato da Zuckerberg. A parte i pochi che non erano ancora feisbuchizzati era difficile trovare qualcuno che una volta iscrittosi non fosse soggiogato e “riprogrammato”.
   Agli inizi mi sentivo ancora libero. Di sicuro lo ero nel 2008. Dieci anni dopo avrei avuto qualche dubbio. Sarei dovuto scendere all’inferno social per capire se anch’io ero dannato o se avevo ancora qualche possibilità di salvezza.


2018 (cap. 3)


   Sono tornato nel presente, anche se scriverò al passato. D’altronde racconto i fatti che seguono proprio perché sono già accaduti. Ad essere precisi sono accaduti in una dimensione spazio-temporale a se stante, tra la realtà e il sogno, tra la vita vera e il mondo virtuale, in una “nicchia” sospesa tra passato, presente e futuro.
   Ma bando alle ciance. Tutto è successo una notte di ritorno da un reading in un bar di beoni poco fuori Bologna. Ci saranno state una decina di persone, tra cui tre vecchi in stato comatoso, due magrebini ubriachi, un paio di amici che per sopportare l’ambiente in cui li avevo trascinati si erano ubriacati a loro volta, e i due titolari, marito e moglie. Ero tornato a casa ripetendomi per la millesima volta: “Ma chi cazzo me lo fa fare.”
   Gettato in un angolo della stanza lo zaino pieno di libri invenduti, mi ero disteso sul letto vestito, con l’unica intenzione di spegnere il cervello e addormentarmi il prima possibile. Prima però un’ultima controllatina a Facebook dovevo darla.
   Così allungai la mano sul comodino dove avevo appoggiato il Samsung e mi collegai. Non c’era nessun commento (mi avrebbe sorpreso il contrario!) ai post recenti che pubblicizzavano il reading bolognese. C’erano però tre richieste di amicizia. Una era della titolare del bar in cui ero appena stato. ACCETTA. Una era di una gran gnocca, sicuramente un profilo fasullo per adescare coglioni sfigati non trombanti. ELIMINA RICHIESTA. La terza mi lasciò di stucco. Mi misi a sedere sul letto e mi diedi due schiaffi per accertarmi di essere sveglio. Virginia Beatrice vuole stringere amicizia con te.
   “Non è possibile!” esclamai.
   Era inequivocabilmente lei. Una splendida donna sulla quarantina, stando alla data di nascita che avevo immediatamente controllato leggendo le informazioni del profilo. Non aveva amici, almeno non erano visibili. I dati e le foto confermavano senza ombra di dubbio  che si trattava della mia Virginia. Accettai subito l’amicizia e le scrissi un messaggio:

Sei davvero la Virginia Beatrice che conoscevo?
Ti ricordi di me?
Ma… non sei morta trent’anni fa?

   Mi parve la domanda più stupida del mondo ma ero troppo curioso di svelare l’arcano e premetti invio. Non passò neanche un minuto che arrivò la risposta.

Sì sono io. Mi ricordo benissimo Simone. Ero innamorata di te.
E sì, sono morta quel giorno…

   Il vortice di pensieri che si agitò nella mia mente mi paralizzò per qualche istante. Quando mi ripresi replicai:

Mi stai prendendo in giro? Chi sei realmente? Perché, sempre che tu sia una donna, ti sei impossessata dell’identità di una persona deceduta?

   La risposta fu immediata:

Non ti prendo in giro.
Sono io, Virginia, la TUA Virginia, il tuo sogno.
Solo che VIVO in un’altra dimensione, aldilà dello schermo che hai di fronte…
Sono qui per SALVARTI. Ti porterò con me a fare un giro da queste parti…
Preparati AMORE MIO, lascia, per il momento, ogni speranza tu che entri.
Se sarai forte ne uscirai.

   Dopo aver letto le ultime parole, dallo schermo del telefono una luce potentissima mi abbagliò e mi ritrovai dentro. Virginia mi teneva per mano.

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