sabato 31 marzo 2018

I RAZZISTI, GLI HATERS


I RAZZISTI (cap. 20)


   Invece mi sbagliavo. Paura dovevo ancora provarne perché esiste qualcosa di più terribile della morte: l’imbecillità umana provocata dalla mancanza di cultura, intelligenza e sensibilità. Un tumore che avevo già affrontato nella vita e vedevo come incancrenirsi ulteriormente nel Social Inferno, in particolar modo nel mondo in cui finii, direi quasi per logica conseguenza, dopo essere uscito da quello dei tuttologi.
   Chiusami la porta alle spalle una scala in pietra digradava ai miei piedi senza mostrare dove portasse. Scesi accompagnato da uno sgradevole tanfo di muffa e piscio. Dopo mezz’ora, con la puzza che diventava sempre più acre e nauseante, arrivai nella più grande discarica che avessi mai visto.
   Nonostante mi fossi inoltrato per metri sotto terra, il cielo si apriva plumbeo sulla mia testa. Migliaia, milioni di esseri umani si accalcavano sulle montagne di spazzatura a cercare resti di roba commestibile di cui cibarsi. Sembravano zombie, anche se vestiti come persone normali e dall’aspetto altrettanto normale.
   Ebbene sì, avevo paura. C’era qualcosa nei loro sguardi che incuteva timore (non certo rispetto); una scintilla di malvagità accendeva quei volti esangui.
   Mi aspettavo di incontrare qualche conoscente, infatti non tardai molto a vedere Pompeo F., Ivan G. e  Benito R.. Quest’ultimo stava spolpando i resti di una nutria quando mi riconobbe.
   “Toh chi si vede!” esclamò con un ghigno luciferino. “Anche tu qui? Non pensavo di trovare un fighetto presuntuoso che si crede superiore a tutti da queste parti.”
   “Sono solo di passaggio” ripetei per l’ennesima volta.
   “Uh, il signor-non-mi-abbasso-al-vostro-livello è solo di passaggio. Vuoi gradire?” disse offrendomi i resti sanguinolenti dell’animale che aveva in mano.
   “Grazie ma non ho appetito.”
   Stavo per andarmene quando una nausea improvvisa accompagnata da un forte giramento di testa mi fece barcollare. Svenni.
   Non so quanto tempo rimasi privo di sensi, ma quando riaprii gli occhi ero in una buca semi sepolto dall’immondizia. Gli uomini e le donne intorno non si curavano di me, intenti a cercare cibo tra i rifiuti. Chiamai Virginia in aiuto.
   “Vi’, sto male, aiutami.”
   “Cosa c’è Simone?”
   “Ho lo stomaco sottosopra, mi gira la testa. Sono svenuto.”
   “Penso tu sia allergico ai razzisti.”
   “Beh, se lo sono nella vita là fuori, non vedo perché non dovrei esserlo anche qui.”
   “Cerca di tirarti su. Se rimarrai lì ancora a lungo verrai completamente sepolto dal… male.”
   “Non riesco a muovermi, non ho più forze.”
   “Devi trovarle, cercale dentro di te, o questa volta non ne uscirai davvero.”
   Ero in una situazione drammatica, circondato da razzisti suddivisi in xenofobi senza colore politico, leghisti, fascisti, neonazisti. Su Facebook i razzisti condividono spesso bufale, ma anche se non sono bufale i loro post sono carichi di odio verso immigrati, governo e presunti buonisti. Usano la parola buonista come un produttore di formaggi usa il latte. Sono persone di un’ignoranza abissale. Quando vedo per tv una manifestazione della Lega, di Forza Italia, di Casa Pound e compagnia brutta la prima cosa che noto è la faccia della gente che partecipa: i tratti somatici uniti all’espressione “caprina” tra l’ebete e l’ossesso rivelano la loro balordaggine. Un po’ come quella dei loro “pastori” in versione meno furba. Perché i Berlusconi o peggio, i Salvini, sono ignoranti furbi. Sfruttano l’ignoranza dei loro elettori per guadagnare consensi, far carriera e rimanere in sella.
   Come si evince da queste parole, io che parlo male dei razzisti sono in realtà il più razzista di tutti, perché disprezzo altamente la razza umana. Cesare Lombroso era accusato di avere teorie protonaziste, ma un fondo di grossa verità ce l’aveva… Osserva bene le facce che hanno gli estimatori di Salvini, Bossi, Storace, Mussolini, Meloni, Santanché, e capirai subito, se sei una persona capente, che appartengono a una razza preaustralopiteca. Ai tempi di Hitler, gentaglia come Calderoli e Borghezio sarebbero stati i più sadici torturatori al servizio di Mengele.
   Questo discorso vale anche per gli estremisti di sinistra, per gli zozzoni sfigati dei centri sociali, che non si pensi che sono un “sinistrato”. Anzi, dirò che apprezzo molti punti cardine della destra, purché “illuminata”, come ad esempio la severità della pena e il rigore nel controllo dell’immigrazione. Sono persino favorevole alla pena di morte, ma uno stato che adotta la pena di morte diventa pericoloso perché rischierà continuamente l’abuso o l’uso scorretto di tale misura, per fini sporchi, e a discapito di prevenzione e reinserimento. Per cui la mia teoria è che nessun governo, in quanto collocabile in una qualsiasi area che vada da destra a sinistra (nel 2018 ancora siamo qui a parlare di destra e di sinistra!), proprio perché non al di sopra, non può infliggere giustamente la pena di morte. Un governo non può togliere la vita per legge; solo un uomo superiore, solo un ipotetico Dio. Oppure io!
   Un ultimo pensiero mi diede la spinta per rialzarmi e andarmene da lì: avrei potuto incontrare Maurizio Belpietro, l’ex direttore del quotidiano Libero (un titolo un ossimoro). Già pensare che molti degli zombie che avevo intorno guardavano Dalla vostra parte – il programma del cazzo che conduce il giornalaio per fomentare l’odio con servizi squallidi a cui solo gli ignoranti possono credere – mi aumentava il malessere, figuriamoci vedere Belpietro vis-a-vis! Mi avrebbe dato il colpo di grazia. Così, con molta fatica mi misi in piedi e tappandomi il naso proseguii.
   “Ce la farò Virginia.”
   “Lo so.”
   Per giorni salii e discesi montagne di rifiuti, fino a quando giunsi sull’orlo di un dirupo. Virginia mi disse che non avrei trovato porte in quel mondo. Quell’abisso nero sotto di me era l’unica via di uscita. Non si vedeva nulla giù in fondo, solo buio interrotto da qualche scarica elettrica, ma sapevo che non c’era alternativa. Mi buttai.

  


 GLI HATERS (cap. 21)


   Atterrai senza farmi male in un’arena gigantesca. Sembrava il Colosseo, ma molto più grande. Nessuno fece caso alla mia comparsa praticamente dal nulla, così dopo essermi guardato brevemente intorno individuai un posto libero e andai a sedermi tra due uomini. In realtà solo quello alla mia destra era un uomo; l’altro era un troll. A riempire gli spalti c’erano anche donne, ma la stragrande maggioranza di quel pubblico urlante era composta da troll, ometti piccoli e verdognoli, camusi, con folti capelli crespi. Tutti – uomini, donne e troll – gridavano come fossero indemoniati insulti alle persone che camminavano smarrite in mezzo all’arena.
   “Frocio di merda, fatti dare nel culo da una squadra di negri lebbrosi” berciava un troll poco sopra la mia postazione.
   “Comunista buonista del cazzo, ti devono gasare in un lager” strillava un uomo nella fila sotto.
   “Sei solo un povero handicappato, brutto down schifoso” diceva con la bava alla bocca un altro troll vicino a me.
   Avevo i brividi a causa dell’odio che aleggiava in quel mondo.
   Cercai di fare conversazione con il signore alla mia destra, che aveva appena finito di insultare una donna perché a suo parere era “una grandissima vacca salva-immigrati da impalare insieme alla Boldrini.”
   “Scusi” chiesi timidamente. “Posso sapere chi sono tutte queste persone?”
   “Aspetta solo un attimo che scrivo un post su Facebook” disse mentre chiudeva gli occhi per concentrarsi. Dopo un minuto scarso li riaprì e si volse verso di me. “Cosa vuoi?”
   “Dicevo… chi è questa gente?”
   “Questa gente chi? Quei figli di una cagna sifilitica là in mezzo? Quella è gente che merita di morire tra le più atroci sofferenze. Peccato che la legge, anche se infernale, non consenta la lapidazione. Per adesso ci accontentiamo della diffamazione.”
   “Cosa hanno fatto per meritare il pubblico ludibrio?”
   “Esprimono pensieri. Oppure, semplicemente, esistono.”
   Detto questo riprese a gridare improperi a squarciagola in direzione dei poveracci in mezzo all’arena. A quel punto mi rivolsi al troll sulla sinistra, che si era momentaneamente placato, forse in cerca di nuovi epiteti.
   “E voi del pubblico, chi siete?” domandai cauto.
   L’omino verde mi ossevò con una scintilla di disprezzo nello sguardo.
   “Siamo gli haters” sentenziò. “Cazzo vuoi?”
   “Scusi se l’ho disturbata.”
   “Nessun disturbo, è solo l’abitudine a rispondere male.”
   “Posso farle qualche domanda?”
   “Va bene, però dammi del tu, non del lei, brutta testa di cazzo!”
   Non mi andava di farmi trattare a quel modo, così troncai sul nascere la conversazione e mi misi alla ricerca di un altro posto. L’arena era gremita, ma tra le ultime file in alto scorsi alcune gradinate libere, così facendomi largo a fatica in quella selva di gambe raggiunsi la mia meta momentanea.
   “Virginia, vieni a farmi compagnia, altrimenti tutta questa cattiveria rischia di contagiare anche me.”
   “Eccomi.”
Sentire la sua voce nella mia mente fu come sorseggiare un tè caldo dopo essere stato ore al gelo. Mi rilassai.
   “Un troll ha detto che mi trovo in mezzo agli haters. Chi sono?”
   “Sono gli odiatori, quelli che esprimono il loro rancore tramite commenti, o notizie fake create ad arte per fomentare l’odio. Gli uomini e le donne che vedi qui sono persone che non hanno paura di manifestare la loro cattiveria, mentre i troll sono più perfidi, trattandosi di profili perlopiù falsi: commentano per il gusto di disturbare e creare disagio. Sono detti anche leoni da tastiera, perché solo davanti a una tastiera, protetti da uno schermo e dall’anonimato che ne deriva, esprimono giudizi razzisti, omofobi e sessisti. A volte il troll che vedi è accompagnato dall’umano che lo ha creato. È il suo alter ego, il Mister Hyde della Rete. Nella vita reale il troll è una persona che non vale niente, un frustrato, nella stragrande maggioranza dei casi. Entra in internet trasformato e dà il peggio di sé per sfogarsi e placare il proprio disagio.”
   “Ho notato molti umani che ho incontrato nel mondo dei razzisti da cui provengo su questi spalti.”
   “Ovvio. I razzisti sono haters. Spesso sono talmente convinti della bontà e veridicità della loro ideologia che non sentono assolutamente il bisogno di mettere maschere per esprimere la loro opinione. In un certo senso sono molto più onesti e genuini rispetto a un troll. Tra i non-troll, se ci fai caso, puoi individuare anche i polemici, quelli che ce l’hanno sempre con qualcuno o qualcosa, in particolare con l’operato del comune, la giunta in carica (spesso sono di un’altra fazione), il lavoro di questo, l’opera di quello…”
   “Ho presente. Tipo quei patetici calunniatori che tirano secchiate di merda a vigili o carabinieri quando fanno multe giuste. Tra i miei faceamici ce ne sono parecchi.”
   “La cosa migliore da fare con questa razza grottesca è ignorarla. Un hater ignorato continuerà ad essere un poveraccio nella vita, ma almeno l’odio mediatico che sparge verrà attenuato perché non alimentato dandogli corda.”
   “Hai perfettamente ragione, Vi’. Anch’io vorrei ignorarli… Come faccio a uscire da qui?”
   “Sali fino all’ultimissima fila in alto. Guarda al di là del muro di cinta dell’arena, troverai uno scivolo. Salici sopra e lascia che ti porti dove deve portarti.”
   “Grazie ancora Virginia. Sarei perso senza di te.”
   “Non è vero, saresti perso senza di te. Fortunatamente ci sei. Ora vai.”
   Lo scivolo era oltre il parapetto che oltrepassai. Sedetti sulla piccola piattaforma sul bordo e contando mentalmente fino a tre mi lasciai andare.


  



venerdì 30 marzo 2018

I TUTTOLOGI


I TUTTOLOGI (cap. 19)


   Passato a velocità supersonica attraverso il bosco dei solomiofiglio, quelli cioè che scrivono e postano immagini esclusivamente dei loro figli unici – unici perché nessun figlio è migliore dei loro – giunsi nella giungla dei tuttologi. Era un mondo gremito di gente di entrambi i sessi, talmente sovraffollato che vi erano persino uomini e donne aggrappati agli alberi o che penzolavano da lunghe liane.
   Un tizio mi diede l’amicizia, così controllai il suo profilo e scoprii la razza con cui avevo a che fare.
   Il tuttologo è un professionista di Facebook. Commenta qualsiasi evento accada, qualsiasi fatto di cronaca, qualsiasi argomento, dalla politica allo sport, dalla moda all’ultima edizione del Festival di San Remo, dalla cucina di Masterchef alla fisica quantistica. Sembra saperne a pacchi di tutto, in realtà meno sa più si esprime.
   Tra i miei amici di Facebook ci sono alcuni tuttologi; non troppi però, perché a suo tempo ho fatto un bel repulisti e molti sono stati bannati. Ora li ritrovavo tutti lì, dannati bannati!, compresi quelli che, essendo amici anche nella vita vera, non ho mai eliminato.
   Marco è uno di questi ultimi. L’ho incontrato mentre era intento a discutere di niente accano a un cespuglio di non so cosa con una donna grassoccia che sembrava uscita da un dipinto di Botero.
   “Ehilà Simone, cosa ci fai qui?” mi ha chiesto interrompendo l’accalorata conversazione con l’interlocutrice.
   “Sono solo di passaggio.”
   “Vuoi unirti a me e Brunilde? Stavamo commentando ciò che abbiamo appena postato su Facebook. La stavo illuminando sulla bontà dell’ultima manovra approvata dal governo, anche se lei cercava di convincermi del contrario. Vieni, dicci la tua.”
   “Non so niente dell’ultima manovra del governo.”
   “E allora, che importa? Dicci, dicci…”
   “Ma se ti ho detto che non ne so nulla.”
   “Qui tutti sanno tutto.”
   “Infatti sto cercando di andarmene da qui. Io non so un cazzo di niente.”
   “Dai, su, non fare così, non denigrarti.”
   “Non mi sto denigrando, tutt’altro…”
   “Forza Simone. Da queste parti l’opinione diventa legge. Fattene una a caso e dacci il tuo parere. Secondo te come ha lavorato il governo?”
   “Marco, vaffanculo!”
   Così detto lasciai l’amico alla sua dotta disquisizione con Brunilde e mi arrampicai su una palma per vedere se dall’alto riuscivo a scorgere porte nere. C’era solo fitta giungla stipata di umani intorno. Scesi e proseguii evitando il più possibile di essere coinvolto nelle conversazioni dei tuttologi. Qua e là si aprivano nel terreno aree paludose dove uomini e donne vivevano intrappolati nelle sabbie mobili. Dalla loro “prigione” spuntava solo la testa, ma nessuno sembrava preoccuparsene, anzi, tutti continuavano a chiacchierare imperterriti.
   Un signore anziano con fare saccente mi riferì che erano gli analfabeti, quelli che oltre a voler sempre dire la loro (ignorante) opinione su tutto e su tutti, lo fanno in un italiano primitivo. In italiese. Scrivono ai (preposizione) al posto di hai (verbo), ce (pronome) al posto di c’è (verbo), stravolgono la nostra bella lingua con xchè, ke, nn, confondono apostrofi con accenti, non azzeccano un congiuntivo…
   “Manservisi, noto con piacere che anche lei vive da queste parti.”
   Mi guardai intorno senza capire chi avesse parlato.
   “Qui, sono qui,  guardi in basso.”
   La testa di Giulio Capponi sbucava dalle sabbie mobili a non più di due metri da me.
   “Sono solo di passaggio” ripetei.
   “Visto che è uno scrittore sarà sicuramente preparatissimo in materia. Posso intervistarla sull’ultimo libro di Bruno Vespa?”
   “Vespa?! Il diavolo mi fulmini se leggo Vespa!”
   “Suvvia, mi dii un’opinione qualsiasi, inventi!”
   “No scusi, la saluto, stii bene.”
   Capponi è tuttora un mio amico (solo) di Facebook, uno di quelli che non sai come cavolo fai ad averli amici ma li hai, uno a perenne rischio cancellazione. Alla fine mi sono limitato a non farmi inviare più le notizie di quel che pubblica, smettendo di seguirlo. È un giornalista (!) che lavora per un giornale locale milanese, sia web che cartaceo. Oltre ad essere un tuttologo che esprime giudizi inopportuni nei suoi articoli, è un analfabeta di prima categoria. Mi chiedo in che cazzo di società vivo se uno che conosce la grammatica  come me quando andavo alle elementari possa essere un giornalista professionista.
   Lasciatomi alle spalle anche Capponi, dopo ore infinite spese a scansare fitta vegetazione, persone ammassate e discorsi stupidi, arrivai di fronte a un gigantesco baobab e alla porta nera incassata nel suo grosso tronco. La aprii senza paura. Ormai, arrivato a quel punto, con tutta la dannazione che avevo visto e provato, non avevo più paura di nulla, nemmeno della morte.



mercoledì 28 marzo 2018

I CRIPTICI, LE COPPIE, LE SIGNORINE BUONGIORNO (E BUONANOTTE)


I CRIPTICI (cap. 16)


   Da quando ero sceso nei meandri del Social Inferno non avevo ancora provato il panico che mi assalì oltre la porta dei depressi. Non si vedeva assolutamente nulla, il buio era totale. Quella notte fisica era probabilmente penetrata anche nella mia mente perché quando provai a chiamare Virginia non ottenni risposta.
   Non potendo tornare indietro avanzai a tentoni, con passi lenti e indecisi. Il silenzio aumentava il senso di angoscia. Per ore avanzai impaurito, fino a quando le mie mani tese urtarono qualcosa.
   “C’è qualcuno?” chiesi al buio di fronte a me.
   “Bar fessacchiotto intimo lacustre nel meriggio indiano” sentii rispondere.
   L’essere che avevo davanti e non vedevo sembrava umano; lo tastai in volto per averne conferma, senza che questi si infastidisse o si ritraesse.
   “Cos’hai detto, scusa?”
   “Solletica blando per impervie erte che di infausto hanno un clistere.”
   “Puoi parlare più lentamente? Non capisco…”
   “Va bene, parlerò la tua lingua. Tradotto, quello che ho detto significa: non te ne pentirai.”
   “E che significa non te ne pentirai? Dove mi trovo?”
   “Stavo postando. “Non te ne pentirai” è un messaggio che possono capire solo i diretti interessati. Qui si parla il criptico, una lingua che solo noi usiamo e capiamo.”
   “Noi chi?”
   “Noi criptici.”
   Chiesi l’amicizia al tizio misterioso che mi stava delucidando, che su Facebook risultò un ragazzo modenese di venticinque anni. Sbirciando il suo profilo capii meglio con chi avevo a che fare. Il criptico è colui che scrive messaggi indirizzati a chi lo può capire, senza essere troppo esplicito, anzi, essendo assolutamente oscuro. Per esempio, un criptico scrive: “È stato bellissimo.” Il post è capito solo da chi sa cosa vuol dire per avere avuto informazioni pregresse. Quando scrive “Ne passerà di tempo prima che ricapiti…” è un messaggio in codice che solo una persona o pochissime capiranno.
   Spesso i criptici usano il loro “idioma” per insultare senza essere diretti, tipo: “Non c’è merda più grande di te sulla faccia della Terra.” Quel “te”, se legge, capirà che si parla di “lui”.
   Altre volte i criptici usano il loro linguaggio per mandare messaggi subliminali. Celati tra le righe mettono annunci e desideri che si augurano il destinatario decripti e realizzi.
   Ci sono poi i criptici da ricovero, quelli che mandano foto e messaggi dai pronto soccorso o ospedali. Rimangono sul vago e godono molto più degli altri criptici nello stimolare la curiosità dei loro “amici”. “Tre ore al P.S. che palle!” scrivono, oppure “Operazione in vista…”, “Povera cucciola, che spavento!”, e così via. Forse solo dopo aver ricevuto un tot di messaggi preoccupati faranno chiarezza, ma il criptico ricoverato ama essere evasivo per natura. Se nessuno lo “caga” ci rimarrà malissimo, ma se lo incalzano e fiuta interesse andrà in… paradiso.
   Salutai il ragazzo misterioso e proseguii nel buio che avevo davanti. Ogni tanto mi imbattevo in uomini e donne che si divertivano a blaterare cose a me incomprensibili. Fino a quando, ormai al culmine dell’ansia, non mi accorsi – come potevo?! – di una botola aperta nel terreno e fortunatamente precipitai fuori da quel mondo.





LE COPPIE (cap. 17)


   Patetico. È il primo aggettivo che mi viene in mente se penso al mondo successivo. Precipitai in un gigantesco ipermercato dove uomini e donne accoppiati (con qualche rara eccezione di uomo con uomo e donna con donna),  fidanzati o sposati, giravano per i corridoi e i negozi spingendo insieme un carrello  pieno di generi di prima inutilità: cravatte per cani, creme depilatorie per bambole, birre analcoliche, padelle di carta, spray attira zanzare, libri non scritti, bottiglie di latte rancido, shampoo per ascelle, olio di gomito, eccetera. Siccome era da un po’ che non sentivo Virginia, la chiamai.
   “Sbaglio o sono quelli che stanno insieme anche su Facebook con un profilo comune?”
   “Non sbagli” rispose. “Sono loro.”
   “Non so spiegarti il motivo, ma trovo che ci sia qualcosa di malato nel loro rapporto, di insano nelle loro personalità.”
   “Infatti è così. A parte qualche rara eccezione, casi in cui hanno creato il profilo insieme senza pensarci, senza neanche sapere che inferno fosse Facebook, la maggioranza dei profili di coppie sono costruiti su fondamenta marce e scricchiolanti.”
   “Cosa vuoi dire? Non sono sicuro di seguirti.”
   “Ah Simone, non sono un’esperta di psiche umana e di conseguenza non sono sicura di saperlo spiegare nemmeno io. Ci provo: il profilo Facebook è uno specchio della tua anima, riflette ciò che sei come singolo individuo. Allora perché nascondere questa immagine traslando l’unità della realtà nell’unicità virtuale? Che poi di virtuale non ha nulla. Anche se sei innamorato della tua “metà di mela” è ridicolo apparire “mela intera” su un social. Non trovi?”
   “Assolutamente.”
   “Cosa vogliono dimostrare? Che sono innamorati e che il loro amore è unico ed eterno?”
   “C’era un mio amico che si era iscritto con la fidanzata” la interruppi. “Per anni hanno postato tutto insieme, non si capiva mai chi era l’autore, se lui o lei. Andando su un social (scendendo nel Social Inferno!) si erano annullati come coppia e come individui. Avevano perso l’identità. Tant’è che una volta finita la loro storia, hanno prontamente cancellato il profilo perché avevano provato vergogna per il loro suicidio identitario. Erano stati in due ma in realtà non erano nessuno.”
   “Riflessione sottile ed estremamente logica.”
   “Riflettiamo anche su questo: mischiare i nomi tipo GIUSEPPE MARIA ROSSI BIANCHI… non dico GIUSEPPE ROSSI E MARIA BIANCHI… proprio GIUSEPPE MARIA ROSSI BIANCHI. Anche questo è un sintomo di confusione identitaria, di annullamento della personalità.”
   “Penso anche che molti di quelli che hanno un profilo in due lo facciano per dimostrare  all’altro che non hanno niente da nascondere, mentre invece tra le gambe di uno o di entrambi penzola una bella coda di paglia. Scommetto che molti di loro, oltre ad avere profili alternativi e fasulli, hanno pure parecchi scheletri nell’armadio.”
   “Probabilissimo. Che altro dire cara Virginia? Mi indicheresti la direzione per uscire da qui?”
   “Per questa volta ti darò un aiuto più concreto del solito vai e troverai. È troppo deprimente questo mondo. Segui le indicazioni per il reparto “giochi da preti”, lì troverai tre porte nere. Scegli quella che vuoi.”
   “Senti ma… perché questi dannati non usano le porte per andarsene?”
   “Perché non le vedono. Perché non possono. Perché sono dannati.”





LE SIGNORINE BUONGIORNO (E BUONANOTTE) (cap. 18)


   Il mondo seguente mi vide transitare attraverso antiche stanze barocche per non più di un’ora. Le camere si susseguivano una dopo l’altra, pulite e arredate con gusto. In ognuna di esse risiedeva una signora vestita da dama del Seicento; qualche volta, molto più rari, incontravo uomini in parrucca agghindati con fiocchi, pizzi e merletti.
   Erano tutti gentili ed educati, ma dopo aver creduto che si rivolgessero a me con i saluti, capii che la loro mente era collegata a Facebook.
   Buongiorno mondo!
   Felice sveglia a tutti i miei amici!
   Buona giornata al popolo di Facebook!
   Buona domenica a tutti, belli e brutti!
   Per oggi stacco. Auguro a tutti buonanotte!
   Non erano persone molto interessanti, al contrario del look e del mondo in cui abitavano. I loro profili, come sapevo bene e come ebbi conferma collegandomi mentalmente per qualche istante, erano quasi esclusivamente intasati di Buongiorno la mattina e Buonanotte la sera. Con in mezzo le migliaia di varianti e gli immancabili auguri di buon compleanno, Natale, Pasqua, eccetera.
   Infiali le stanze a passo spedito finché in un boudoir non trovai la porta nera che cercavo.





lunedì 26 marzo 2018

Parallelismi

Quest'opera, per come è strutturata, può essere definita un un romanzo work in progress che si può ampliare senza snaturarlo aggiungendo nuovi capitoli (mondi) all'infinito. L'altro giorno mi è venuta in mente un'altra categoria feisbucchina da inserire nel Social Inferno: I CRIPTICI. Prima di continuare a postare i vecchi capitoli voglio finire questo in stesura, anche perché sta perfettamente incastrato dopo I DEPRESSI.
Il problema è che la mia soglia di attenzione in questi giorni è preoccupantemente bassa. Chi sta leggendo questa storia potrebbe anche dedurre che sia colpa del Social Inferno, il quale sta fottendo le nostre menti, anche quelle che potrebbero sembrare più "resistenti". Ad ogni modo, cercherò di scrivere un capitolo interessante non appena il sacro fuoco dell'ispirazione mi permetterà di rimanere collegato solo sulle parole scritte.
Ieri sera stavo riflettendo su Social Inferno e cercavo delle somiglianze con gli altri miei libri pubblicati. Uno in particolare è molto simile al viaggio che sto compiendo nelle profondità di Facebook: Mondemer. In Mondemer il protagonista, fumettista borderline, fugge da un manicomio per raggiungere la Vulva Filosofale in cima a un monte (il Mondemer appunto) e impossessarsi del potere che deriva dalla saggezza che rende liberi. Durante la scalata si trova a dover fronteggiare vari pericoli e più scala più rimane solo. Mi sembrano evidenti le analogie con Social Inferno, dove il protagonista, che fa un percorso inverso (metaforicamente scende invece che salire), deve affrontare innumerevoli ostacoli per trovare una via d'uscita che lo porti a spezzare le catene. Il leitmotiv delle due opere, che accomuna migliaia se non milioni di libri dalla nascita della letteratura a oggi, è il superamento dei limiti, propri e imposti dalla società, per arrivare a una catarsi principalmente data dalla metabolizzazione del dolore. Social Inferno è in pratica una storia sviluppatasi da una costola di Mondemer. Dove finisce uno, inizia l'altro. E in entrambi i casi il protagonista deve attingere a tutte le proprie energie fisiche, mentali e spirituali per uscire dalla... merda.



venerdì 23 marzo 2018

OCCHI CHIUSI, I DEPRESSI


OCCHI CHIUSI (cap. 14)


   Ho bisogno di staccare a questo punto. Finché sono nelle profondità del Social Inferno l’unico modo per farlo è chiudere gli occhi. Lo faccio e rifletto sulla mia decennale presenza su Facebook. Esiste una categoria di dannati alla quale appartengo? Sicuramente non ho mai fatto parte dei mondi fin qui visitati.
   Se dovessi immaginare un mondo per me, potrebbe essere quello dei cerca-amici, nel caso specifico amiche. Mi imbarazza ammetterlo ma tant’è. Spesso scorro l’elenco delle PERSONE CHE POTRESTI CONOSCERE per vedere se c’è qualche potenziale donna che “faccia al caso mio”. Purtroppo quando noto un volto interessante, una volta spiato il profilo incappo in un corollario di immagini di fidanzati, mariti e allegre famigliole con figli. Non invio la richiesta a meno che la donna in questione non risulti una persona interessante dalle altre informazioni che carpisco. Non voglio sembrare uno snob presuntuoso (o ‘no stronzo megalomane!), ma faccio molta fatica a trovare persone interessanti sia nella mia realtà quotidiana che in quella social.
   Di certo non chiedo l’amicizia alle supergnocche che hanno mille foto con un cane, un gatto o peggio ancora un pappagallino. Nemmeno a quelle che si fanno selfie provocanti in costume da bagno o in bagno: le donne-trappola le scorgo immediatamente. Ho imparato a individuare le persone senz’anima praticamente al primo sguardo.
   Oppure potrei far parte dei drogati di mi piace. Sottolineo potrei. Quando scrivo qualcosa, dalla cazzata più ironica e provocatoria al pensiero più profondo, mi piace ricevere dei “mi piace”; non scrivo sicuramente con l’intenzione di avere tanti “mi piace”, però è innegabile che facciano piacere. Un mio amico diceva che servono all’autostima. Mah, dico solo che a volte possono essere la prova della validità del post. A volte. Essendo io un tipo fuori dagli schemi (in un certo senso fuori dal mondo), ed essendo uno scrittore di nicchia (nel senso che mi leggono in quattro gatti!), mi accontento anche di soli due o tre “mi piace”, purché arrivino da persone che stimo. Perché, si sappia, anche un semplice “mi piace” ha più o meno valore a seconda di chi lo elargisce.
   Ho notato che più scrivo cose profonde ed ermetiche (ovviamente) meno “mi piace” ricevo. Ma se tra questi compare il pollice alzato (o il cuore, o l’Ahah o una delle altre emoticon) di una persona di valore, mi fa molto piacere. E comunque, aperta e chiusa un’altra parentesi, non è certo il numero di “mi piace” a stabilire il valore di una persona o dei suoi presunti talenti. Conosco il mio valore e un mio pensiero “alto” ed elaborato non è paragonabile ai duecento “mi piace” di una ragazza che mostra due belle tette o un culo scolpito. Opere d’arte anche quelle, però… Mmm… no, no, riflettendoci bene non sono (ancora) un drogato di mi piace.
   Sean Parker, fondatore di Napster e primo presidente di Facebook, disse in un’intervista che il “social blu” sfrutta le vulnerabilità psicologiche delle persone, spiegando che il meccanismo costruito intorno ai “mi piace”, alle condivisioni e ai commenti, funziona di fatto come “un loop di validazione sociale” basato proprio intorno a una “vulnerabilità psicologica umana”. Per le dimensioni che ha oggi, Facebook cambia letteralmente la relazione di un individuo con la società e con gli altri; e probabilmente interviene in modo negativo sulla produttività. Parker inoltre si dice preoccupato per ciò che sta succedendo al cervello dei più giovani. Ansia, irritabilità, paure, isolamenti, “fomo” (la cosiddetta “fear of missing out”, ovvero la paura di rimanere tagliati fuori dai flussi di notizie e aggiornamenti), iperesposizione, rapporti amicali e influenze politiche. Colui che ha contribuito a crearlo si scaglia contro Facebook materializzando i miei sospetti. Il Grande Fratello sta raggiungendo il suo scopo!
   Un altro possibile mondo a cui potrei appartenere è quello dei sempre connessi, ma ormai vi rientriamo praticamente tutti. Non ho bisogno di fare un sondaggio e segnare le statistiche per dimostrare che la prima cosa che fa il 90% dei dannati appena sveglio la mattina è connettersi e vedere cosa accade nel mondo di Facebook. Siamo ormai sempre connessi, come se avessimo paura di essere esclusi, emarginati, rifiutati senza il conforto del Social Inferno e dei dannati che lo abitano. Una volta, quando ci si sedeva sul water ci si portava un libro, un giornale, una rivista o le parole crociate; stessa cosa quando ci si coricava sul letto prima di dormire. Oggi si va su Facebook a scorrere le news con il pollice sullo schermo del telefonino. Si narra addirittura di gente che si è slogata il pollice o ha avuto altri problemi articolari a causa della dipendenza da Facebook.
   Tutto questo mi riporta alla mente una conversazione avuta con un amico – sempre quello che mi parlava di autostima – non molto tempo fa: l’argomento era la solitudine e io asserivo che la solitudine che può provare un giovane feisbuchizzato non è come la solitudine che provavamo noi da giovani o che prova ora un essere umano di qualsiasi età non feisbuchizzato. C’è effettivamente qualcosa di subdolo nel social network, qualcosa che ti rosicchia piano piano il cervello tramite, tra le altre cose, l’avvelenamento di un sentimento positivo (entro i limiti) come quello della solitudine. Non è un concetto facile da spiegare, ma all’amico, che dubito capì cosa intendessi, la sintetizzai così: “La solitudine sana ti permette di ricaricare mente e spirito, mentre la solitudine che ti lascia Facebook una volta staccato è una solitudine vuota che ti porta solo a voler tornare nel mondo (inferno) social senza il quale non sai più stare.”
   Ma ora basta con queste analisi e pseudoanalisi da psicologo improvvisato. In questo momento ho un obiettivo solo: uscire al più presto dal Social Inferno. Riapro gli occhi…





I DEPRESSI (cap. 15)


   … e finisco, uscito dalla porta dei creduloni, nel mondo dei depressi.
   Fui (torno a usare il passato remoto o l’imperfetto o altri tempi a seconda dei casi) subito attorniato da frotte di gente querula, sofferente, apatica. Il loro habitat era un grande labirinto formato da siepi di rovi secchi alte più di tre metri. Il cielo era plumbeo e il terreno reso scivoloso da una fanghiglia grigiastra.
   Chiesi a un uomo vestito di nero (tutti erano vestiti di nero) come potevo fare per trovare l’uscita.
   “Non lo so, se lo sapessi non sarei qui.”
   La sua risposta non faceva una piega, così, realizzato che nessuna di quelle persone avrebbe potuto aiutarmi, mi misi a percorrere le vie del labirinto.
   I depressi sono quella specie feisbucchina che si lamenta in continuazione, che scrive quasi esclusivamente di quanto sia triste la propria vita. Nella realtà ho conosciuto forse più donne di questo genere, ma anche gli uomini si difendono bene.
   Dopo cinque o sei ore di cammino in quel dedalo di tristezza mi venne voglia di interpellare Virginia per avere qualche indicazione, ma sapevo già cosa mi avrebbe detto: “Non arrenderti, vai avanti e prima o poi ne uscirai.” Parevano le parole giuste da dire anche a un depresso per tirarlo su di morale.
   Distratto dai miei pensieri mi scontrai con una giovane ragazza. Cominciò a piangere.
   “Ti sei fatta male?” chiesi preoccupato.
   “No, non sto piangendo perché mi sono fatta male. Piango perché… perché… se fai del bene… più bene si fa più lo si prende in quel posto.”
   Mioddioporco, no! La frase più stupida e fallace che si possa leggere su Facebook mi veniva spiattellata in faccia in quel momento.
   “Non è vero” dissi cercando di consolarla. “Fare del bene, senza pretendere nulla in cambio, porta sempre del bene. I frutti del bene si raccolgono sempre prima o poi.”
   “Magari, invece lo si prende sempre in culo. Capisci meglio se parlo così? A fare del bene LO SI PIGLIANCULO!”
   Non so perché ma mi venne voglia di stenderla con un gancio al mento. Per non rischiare di mettere in pratica quella fantasia salutai la ragazza e ripresi il cammino. Mi ci volle in tutto mezza giornata di peregrinazioni prima di trovare una porta nera tra i rovi della siepe.



mercoledì 21 marzo 2018

GLI PSEUDOFILOSOFI, I BUFALARI, L'ACQUARIO DEI CREDULONI CONDIVISORI


GLI PSEUDOFILOSOFI (cap. 11)


   Il mondo successivo sembrava la location di un film ambientato nell’antica Grecia. Templi e colonne erano disseminati sul terreno polveroso a rievocare le rovine di una città un tempo importante.
   Su quel “set” passeggiavano soprattutto uomini, ma anche numerose donne, con le braccia dietro la schiena; sembravano tutti assorti in profonde meditazioni.
   Incrociai un ragazzo che indossava una lunga barba posticcia, la qual cosa mi fece sorridere. Notai che la mia presenza aveva attirato la sua attenzione. Ci fermammo a pochi centimetri l’uno dall’altro.
   “La vita è fatta di momenti di grande intensità e di innumerevoli intervalli” disse guardandomi negli occhi con espressione concentrata. “La maggior parte degli uomini, però, non conoscendo i momenti magici, finisce col vivere solo gli intervalli.”
   “Complimenti, mi sembra di averla già letta da qualche parte. È tua?” dissi.
   “Certamente. Io sono un pensatore, un dispensatore di perle di saggezza. Vieni sulla mia pagina Facebook e vedrai…”
   Dopo aver saputo nome e cognome entrai con la mente nel profilo del novello Platone e lessi i suoi post. Mi accorsi presto che le massime e gli aforismi che citava erano tutti rubati ad altri, fossero essi veri filosofi, artisti o gente comune.
   Non è povero chi possiede poco, bensì chi desidera più di quanto possiede. Mmm... questa è senza citazione dell’autore a fianco… non mi dirai che è tua?”
   “Sì sì, è mia” affermò un po’ meno spavaldo di prima.
   “Mah, sarà, ma a me ricorda tanto Seneca. E questa? Coltivare l’ozio è il fine dell’uomo. Questo è Oscar Wilde!”
   “Ma no, oddio, può essere che abbia scritto qualcosa di simile, ma è mia anche questa.”
   Continuai a leggere i suoi post e per molti di essi individuai l’autore, che ovviamente non era citato con l’ormai classico (cit.).
   Non si può essere realmente forti finché non si vede l’aspetto divertente delle cose.” (Ken Kesey, presa da “Qualcuno volò sul nido del cuculo”)
   Sapersi liberare non è niente; il difficile è sapere essere liberi.” (André Gide, rubata a “L’immoralista”)
   Tutti devono sentirsi superiori a qualcuno. Ma è buona abitudine darne una piccola prova prima di esercitare questo privilegio.” (Truman Capote, saccheggiata da “Colazione da Tiffany”)
   Ricordai anche l’autore delle parole che mi aveva detto incontrandoci poco prima. Era Nietzsche.
   “E questa?” chiesi al giovane. “Soldi, successo, fama, figli e sesso non riempiono quel “buco” che ognuno ha dentro se stesso. Riempiti di amore e donane all’eccesso.
   “Bella vero?”
   “Bella un cazzo! Questa è presa pari pari dal mio profilo, a sua volta trascritta da un mio vecchio libro, ma non credo tu abbia letto libri miei.”
   Mi sorprese il fatto di vedere un mio pezzo, anche se rubato; in un certo senso mi fece piacere, ma diamo a Cesare quel che è di Cesare. Attribuirsi pensieri di altri è un furto secondo me; il rischio grosso è farsi un’idea sbagliata delle persone, crederle molto migliori di quel che sono. Dopo un po’ la verità viene comunque a galla, ma partire con il piede sbagliato perché ci si vuole imbellettare con l’intelligenza altrui non va bene.
   Il ragazzo arrossì e la barba gli si staccò cadendogli tra i piedi. Faceva un po’ compassione. Fui lì lì per dire qualcosa, volevo perdonarlo, ma corse via a gambe levate.
   Corsi via anch’io, verso la porta nera che intravedevo tra le macerie di un antico tempio crollato.





I BUFALARI (cap. 12)


   “Cazzosdazzo!” esclamai.
   Un fiume di lava incandescente scorreva davanti a me. La porta nera, una volta superata, non poteva più essere riaperta per tornare indietro. Non c’era alternativa se non quella di andare avanti, ma come fare? Osservando attentamente la massa infuocata che si muoveva sotto i miei piedi scorsi delle rocce che quasi si mimetizzavano con la lava. Stando molto attento potevo saltare sopra quelle per attraversare il fiume. Feci un bel respiro e saltai.
   A metà strada rischiai di scivolare ma in un paio di minuti fui sull’altra sponda sano e salvo. Davanti a me si estendeva un’immensa area sterrata sulla quale una marea di persone camminava a quattro zampe. C’era una puzza di merda incredibile in quel mondo, talmente nauseante che dovetti togliermi la maglietta della salute – zuppa di sudore per lo sforzo che avevo fatto per superare il fiume bollente – e legarmela intorno al collo per coprire bocca e naso.
   Mi resi presto conto che la puzza proveniva da quella gente, che pur vestita di tutto punto, girava carponi cagandosi continuamente nelle mutande. Sembrava però che nessuno se ne preoccupasse; uomini e donne vagavano senza meta apparente, giulivi e inebetiti al contempo. Nessuno inoltre pareva avere il dono della favella, così chiamai Virginia.
   “Chi sono questi mentecatti lobotomizzati?” chiesi.
   “I bufalari. Quelli che condividono continuamente notizie false, inventate, le altrimenti dette fake news,  alimentando il grande circo della mediocrità umana.”
   “Dio mio! Ora capisco il “senso metaforico” di questo regresso allo stadio animale; e questa puzza di merda è la puzza dell’ignoranza.”
   “Esattamente. Sei perspicace amore mio. Qui vivono tutti quegli uomini e donne che nella vita reale possono essere definiti i burattini della società, in pratica la colonna vertebrale del Grande Fratello, senza la quale collasserebbe non potendo più governare il popolo.”
   “Tra i miei numerosi amici social ce ne sono a decine. Non li cancello solo perché  mi auguro che, da buon narciso presuntuoso, leggendomi, leggendo i miei post intelligenti, possano rinsavire, evolvere anche loro contagiati dal seme della ragione e della cultura. È un’impresa ardua, ma s’ha da fa’.”
   “Eh eh, è vero. Queste “bestie” non hanno un cervello che pensa in proprio; qualsiasi cosa gli venga detto di credere loro credono. Ciò che postano ne è la dimostrazione: Quando c’era il Duce si stava bene perché ha fatto questo, migliorato quello, inventato quest’altro. Ed ecco torme di bufalari (vorrei notassi anche la loro estrazione sociale e le loro idee politiche…) che condividono senza fare nessun approfondimento. Oppure: Scoperta nave aliena tra i ghiacci dell’Artico. E vai di condivisione. Scheletro di sirena trovato sul fondo del pacifico. Io mi chiedo coma facciano a credere a tutte ‘ste puttanate degli esseri umani adulti sani di mente.”
   “Già. E quelle notizie del tipo: Gli uomini pelati fanno godere di più le donne. Le donne grasse sono più sexy e brave a letto. Una ricerca della Sticazzi University afferma che i ragazzi bassi e brutti sono più intelligenti. Vogliamo parlarne?”
   “Ah ah ah, no lasciamo stare va’. Chi posta questa roba? I poveracci che vogliono avere una piccola iniezione di autostima. Mamma mia Virginia, quanta merda! Giorni fa un mio caro amico, che ritenevo uno con un q.i. elevato (ma è evidente che il q.i. con l’intelligenza che dico io non c’entra nulla!) ha postato un articolo che diceva che uno scienziato americano aveva previsto, calcolando persino il giorno e l’ora esatta, i terremoti dell’Aquila, dell’Emilia e di Amatrice. Mi ha pianto il cuore leggere quella roba sulla sua bacheca.”
   “Ti capisco. Ora ascoltami. Per uscire da questo mondo dovrai camminare per molte ore, forse per qualche giorno.”
   “Come farò senza cibo?”
   “Pensavo lo avessi già capito. Finché sei nel mondo virtuale il tuo fisico non avrà bisogno di acqua o cibo.”
   “Quando sono stato nel mondo dei posta-cibo mi era venuta una fame!”
   “Naturale. Però stai tranquillo, qui di fame non morirai. Ti stavo dicendo… non demoralizzarti se per molto tempo non vedrai altro che gente a quattro zampe, terra arida e puzza di merda. Prima o poi arriverai a un recinto…”
   “La porta nera?”
   “No, non qui. Quando sarai giunto al recinto, scavalcalo. E prosegui. Io sarò sempre al tuo fianco, o meglio, nella tua mente se avrai bisogno.”
   Proseguii.
  


L’ACQUARIO DEI CREDULONI CONDIVISORI (cap. 13)


   Dopo quella che mi parve un’eternità, arrivai al recinto indicato da Virginia. Era alto non più di un metro e mezzo e una volta scavalcato entrai in una stanza circolare semi buia. Faticavo a vedere, anche se non c’era nulla lì dentro a parte una botola al centro del pavimento in parquet. Sollevai il coperchio e scesi. Che altro potevo fare?
   Una piccola scaletta mi condusse in un corridoio illuminato da faretti a led che pendevano dal soffitto. Mi incamminai. Ai lati c’erano delle grandi vasche, veri e propri acquari dove persone normalmente vestite nuotavano spensierate. Erano esseri umani in tutto e per tutto, solo che come i pesci potevano vivere sott’acqua. Dei pesci avevano anche gli occhi a palla, sfere scure e inespressive che davano a ogni individuo quell’aria di spensieratezza di cui appunto dicevo.
   Mi avvicinai alla vasca di destra e su una targhetta lessi: OROSCOPARI. Senza bisogno di Virginia o di collegarmi seppi che erano parenti stretti dei bufalari, social dannati che postano quasi quotidianamente roba tipo:

I segni più sinceri:
leone
vergine
sagittario
scorpione
pesci

I più bravi a letto sono i nati sotto questo segno:
gemelli
leone
acquario
toro
vergine

Sono troppo intelligenti e non si fanno mai fregare:
cancro
toro
bilancia
scorpione
pesci

   Ovviamente chi posta ‘ste merdate appartiene al segno zodiacale citato tra gli altri.
   La vasca di sinistra conteneva invece i CONDIVISORI DI FORTUNA SERIALI, quelli che postano cazzate tipo “se condividi avrai fortuna e soldi e amore per il resto dei tuoi giorni.” Sono detti volgarmente catenadisantantoniari, spesso presenti anche su Whatsapp.
   La vasca successiva, sulla destra, era abitata dai PII, uomini e donne che postano immagini della Madonna, di Gesù, di Padre Pio e compagnia bella, sperando forse in un miracolo che nella loro triste vita subacquea non avverrà mai.
   Sempre sulla destra, un po’ più avanti, sguazzavano nell’acqua i GIOCATORI, coloro che usano Facebook praticamente solo per giocare. Non conosco i loro giochi ma conosco loro perché riescono a romperti i maroni continuamente con i loro inviti a giocare ai loro divertimenti del cazzo.
   Sull’altro lato c’era una vasca con l’acqua più torbida rispetto alle altre; anche gli uomini-pesce al suo interno sembravano più, come dire?, rincoglioniti degli altri. Erano i CONDIVISORI DI HANDICAP E DISABILITÀ VARIE, quella terrificante specie di feisbuchizzati che postano immagini di ragazze mutilate, o bambini down, o malati terminali, eccetera, con richieste di condivisione aberranti:

Lei è una vera combattente. Ha perso una gamba dopo un incidente ma non si arrende. Condividi se sei con lei!

Vuoi fare felice questo bimbo con la sindrome di down? Metti “mi piace” e condividi.

Lauretta sta lottando contro un tumore al seno. Facciamole sentire che siamo con lei. Voglio vedere chi condivide.

Mio marito si vergogna di me perché sono disabile. Voglio avere un condividi sul tuo diario se non ti vergogni di me.

I bambini handicappati non sono strani. Tutto quello che vogliono è essere accettati. C’è qualcuno disposto a copiare e incollare? So chi lo farà.

   Ebbi un conato di vomito. C’erano altri acquari più o meno grandi ai lati, ma decisi di proseguire senza più soffermarmi. Puntai dritto verso la porta nera che sembrava attirarmi ammaliatrice in fondo al corridoio.




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