I RAZZISTI (cap. 20)
Invece mi sbagliavo. Paura dovevo ancora provarne perché esiste qualcosa
di più terribile della morte: l’imbecillità umana provocata dalla mancanza di
cultura, intelligenza e sensibilità. Un tumore che avevo già affrontato nella
vita e vedevo come incancrenirsi ulteriormente nel Social Inferno, in
particolar modo nel mondo in cui finii, direi quasi per logica conseguenza,
dopo essere uscito da quello dei tuttologi.
Chiusami la porta alle spalle una scala in pietra digradava ai miei
piedi senza mostrare dove portasse. Scesi accompagnato da uno sgradevole tanfo
di muffa e piscio. Dopo mezz’ora, con la puzza che diventava sempre più acre e
nauseante, arrivai nella più grande discarica che avessi mai visto.
Nonostante mi fossi inoltrato per metri sotto terra, il cielo si apriva
plumbeo sulla mia testa. Migliaia, milioni di esseri umani si accalcavano sulle
montagne di spazzatura a cercare resti di roba commestibile di cui cibarsi.
Sembravano zombie, anche se vestiti come persone normali e dall’aspetto
altrettanto normale.
Ebbene sì, avevo paura. C’era qualcosa nei loro sguardi che incuteva
timore (non certo rispetto); una scintilla di malvagità accendeva quei volti
esangui.
Mi aspettavo di incontrare qualche conoscente, infatti non tardai molto
a vedere Pompeo F., Ivan G. e Benito R..
Quest’ultimo stava spolpando i resti di una nutria quando mi riconobbe.
“Toh chi si vede!” esclamò con un ghigno luciferino. “Anche tu qui? Non
pensavo di trovare un fighetto presuntuoso che si crede superiore a tutti da
queste parti.”
“Sono solo di passaggio” ripetei per l’ennesima volta.
“Uh, il signor-non-mi-abbasso-al-vostro-livello è solo di passaggio. Vuoi
gradire?” disse offrendomi i resti sanguinolenti dell’animale che aveva in
mano.
“Grazie ma non ho appetito.”
Stavo per andarmene quando una nausea improvvisa accompagnata da un
forte giramento di testa mi fece barcollare. Svenni.
Non so quanto tempo rimasi privo di sensi, ma quando riaprii gli occhi
ero in una buca semi sepolto dall’immondizia. Gli uomini e le donne intorno non
si curavano di me, intenti a cercare cibo tra i rifiuti. Chiamai Virginia in
aiuto.
“Vi’, sto male, aiutami.”
“Cosa c’è Simone?”
“Ho lo stomaco sottosopra, mi gira la testa. Sono svenuto.”
“Penso tu sia allergico ai razzisti.”
“Beh, se lo sono nella vita là fuori, non vedo perché non dovrei esserlo
anche qui.”
“Cerca di tirarti su. Se rimarrai lì ancora a lungo verrai completamente
sepolto dal… male.”
“Non riesco a muovermi, non ho più forze.”
“Devi trovarle, cercale dentro di te, o questa volta non ne uscirai
davvero.”
Ero in una situazione drammatica, circondato da razzisti suddivisi in
xenofobi senza colore politico, leghisti, fascisti, neonazisti. Su Facebook i
razzisti condividono spesso bufale, ma anche se non sono bufale i loro post
sono carichi di odio verso immigrati, governo e presunti buonisti. Usano la
parola buonista come un produttore di
formaggi usa il latte. Sono persone di un’ignoranza abissale. Quando vedo per
tv una manifestazione della Lega, di Forza Italia, di Casa Pound e compagnia
brutta la prima cosa che noto è la faccia della gente che partecipa: i tratti
somatici uniti all’espressione “caprina” tra l’ebete e l’ossesso rivelano la
loro balordaggine. Un po’ come quella dei loro “pastori” in versione meno
furba. Perché i Berlusconi o peggio, i Salvini, sono ignoranti furbi. Sfruttano
l’ignoranza dei loro elettori per guadagnare consensi, far carriera e rimanere
in sella.
Come si evince da queste parole, io che parlo male dei razzisti sono in
realtà il più razzista di tutti, perché disprezzo altamente la razza umana.
Cesare Lombroso era accusato di avere teorie protonaziste, ma un fondo di grossa
verità ce l’aveva… Osserva bene le facce che hanno gli estimatori di Salvini,
Bossi, Storace, Mussolini, Meloni, Santanché, e capirai subito, se sei una
persona capente, che appartengono a una
razza preaustralopiteca. Ai tempi di
Hitler, gentaglia come Calderoli e Borghezio sarebbero stati i più sadici
torturatori al servizio di Mengele.
Questo discorso vale anche per gli estremisti di sinistra, per gli
zozzoni sfigati dei centri sociali, che non si pensi che sono un “sinistrato”.
Anzi, dirò che apprezzo molti punti cardine della destra, purché “illuminata”,
come ad esempio la severità della pena e il rigore nel controllo dell’immigrazione.
Sono persino favorevole alla pena di morte, ma uno stato che adotta la pena di
morte diventa pericoloso perché rischierà continuamente l’abuso o l’uso
scorretto di tale misura, per fini sporchi, e a discapito di prevenzione e
reinserimento. Per cui la mia teoria è che nessun governo, in quanto
collocabile in una qualsiasi area che vada da destra a sinistra (nel 2018
ancora siamo qui a parlare di destra e di sinistra!), proprio perché non al di sopra, non può infliggere giustamente la pena di morte. Un governo
non può togliere la vita per legge; solo un uomo superiore, solo un ipotetico
Dio. Oppure io!
Un ultimo pensiero mi diede la spinta per rialzarmi e andarmene da lì:
avrei potuto incontrare Maurizio Belpietro, l’ex direttore del quotidiano Libero (un titolo un ossimoro). Già
pensare che molti degli zombie che avevo intorno guardavano Dalla vostra parte – il programma del
cazzo che conduce il giornalaio per
fomentare l’odio con servizi squallidi a cui solo gli ignoranti possono credere
– mi aumentava il malessere, figuriamoci vedere Belpietro vis-a-vis! Mi avrebbe
dato il colpo di grazia. Così, con molta fatica mi misi in piedi e tappandomi
il naso proseguii.
“Ce la farò Virginia.”
“Lo so.”
Per giorni salii e discesi montagne di rifiuti, fino a quando giunsi
sull’orlo di un dirupo. Virginia mi disse che non avrei trovato porte in quel
mondo. Quell’abisso nero sotto di me era l’unica via di uscita. Non si vedeva
nulla giù in fondo, solo buio interrotto da qualche scarica elettrica, ma
sapevo che non c’era alternativa. Mi buttai.
Atterrai senza farmi male in un’arena gigantesca. Sembrava il Colosseo,
ma molto più grande. Nessuno fece caso alla mia comparsa praticamente dal
nulla, così dopo essermi guardato brevemente intorno individuai un posto libero
e andai a sedermi tra due uomini. In realtà solo quello alla mia destra era un
uomo; l’altro era un troll. A riempire gli spalti c’erano anche donne, ma la
stragrande maggioranza di quel pubblico urlante era composta da troll, ometti
piccoli e verdognoli, camusi, con folti capelli crespi. Tutti – uomini, donne e
troll – gridavano come fossero indemoniati insulti alle persone che camminavano
smarrite in mezzo all’arena.
“Frocio di merda, fatti dare nel culo da una squadra di negri lebbrosi”
berciava un troll poco sopra la mia postazione.
“Comunista buonista del cazzo, ti devono gasare in un lager” strillava
un uomo nella fila sotto.
“Sei solo un povero handicappato, brutto down schifoso” diceva con la
bava alla bocca un altro troll vicino a me.
Avevo i brividi a causa dell’odio che aleggiava in quel mondo.
Cercai di fare conversazione con il signore alla mia destra, che aveva
appena finito di insultare una donna perché a suo parere era “una grandissima
vacca salva-immigrati da impalare insieme alla Boldrini.”
“Scusi” chiesi timidamente. “Posso sapere chi sono tutte queste
persone?”
“Aspetta solo un attimo che scrivo un post su Facebook” disse mentre
chiudeva gli occhi per concentrarsi. Dopo un minuto scarso li riaprì e si volse
verso di me. “Cosa vuoi?”
“Dicevo… chi è questa gente?”
“Questa gente chi? Quei figli di una cagna sifilitica là in mezzo?
Quella è gente che merita di morire tra le più atroci sofferenze. Peccato che
la legge, anche se infernale, non consenta la lapidazione. Per adesso ci
accontentiamo della diffamazione.”
“Cosa hanno fatto per meritare il pubblico ludibrio?”
“Esprimono pensieri. Oppure, semplicemente, esistono.”
Detto questo riprese a gridare improperi a squarciagola in direzione dei
poveracci in mezzo all’arena. A quel punto mi rivolsi al troll sulla sinistra,
che si era momentaneamente placato, forse in cerca di nuovi epiteti.
“E voi del pubblico, chi siete?” domandai cauto.
L’omino verde mi ossevò con una scintilla di disprezzo nello sguardo.
“Siamo gli haters” sentenziò.
“Cazzo vuoi?”
“Scusi se l’ho disturbata.”
“Nessun disturbo, è solo l’abitudine a rispondere male.”
“Posso farle qualche domanda?”
“Va bene, però dammi del tu, non del lei, brutta testa di cazzo!”
Non mi andava di farmi trattare a quel modo, così troncai sul nascere la
conversazione e mi misi alla ricerca di un altro posto. L’arena era gremita, ma
tra le ultime file in alto scorsi alcune gradinate libere, così facendomi largo
a fatica in quella selva di gambe raggiunsi la mia meta momentanea.
“Virginia, vieni a farmi compagnia, altrimenti tutta questa cattiveria
rischia di contagiare anche me.”
“Eccomi.”
Sentire la sua voce nella mia mente fu
come sorseggiare un tè caldo dopo essere stato ore al gelo. Mi rilassai.
“Un troll ha detto che mi trovo in mezzo agli haters. Chi sono?”
“Sono gli odiatori, quelli che
esprimono il loro rancore tramite commenti, o notizie fake create ad arte per
fomentare l’odio. Gli uomini e le donne che vedi qui sono persone che non hanno
paura di manifestare la loro cattiveria, mentre i troll sono più perfidi,
trattandosi di profili perlopiù falsi: commentano per il gusto di disturbare e
creare disagio. Sono detti anche leoni da
tastiera, perché solo davanti a una tastiera, protetti da uno schermo e
dall’anonimato che ne deriva, esprimono giudizi razzisti, omofobi e sessisti. A
volte il troll che vedi è accompagnato dall’umano che lo ha creato. È il suo
alter ego, il Mister Hyde della Rete. Nella vita reale il troll è una persona
che non vale niente, un frustrato, nella stragrande maggioranza dei casi. Entra
in internet trasformato e dà il peggio di sé per sfogarsi e placare il proprio
disagio.”
“Ho notato molti umani che ho incontrato nel mondo dei razzisti da cui
provengo su questi spalti.”
“Ovvio. I razzisti sono haters. Spesso sono talmente convinti della bontà e veridicità della loro ideologia che non sentono assolutamente il
bisogno di mettere maschere per esprimere la loro opinione. In un certo senso
sono molto più onesti e genuini rispetto a un troll. Tra i non-troll, se ci fai
caso, puoi individuare anche i polemici,
quelli che ce l’hanno sempre con qualcuno o qualcosa, in particolare con
l’operato del comune, la giunta in carica (spesso sono di un’altra fazione), il
lavoro di questo, l’opera di quello…”
“Ho presente. Tipo quei patetici calunniatori che tirano secchiate di
merda a vigili o carabinieri quando fanno multe giuste. Tra i miei faceamici ce ne sono parecchi.”
“La cosa migliore da fare con questa razza grottesca è ignorarla. Un
hater ignorato continuerà ad essere un poveraccio nella vita, ma almeno l’odio
mediatico che sparge verrà attenuato perché non alimentato dandogli corda.”
“Hai perfettamente ragione, Vi’. Anch’io vorrei ignorarli… Come faccio a
uscire da qui?”
“Sali fino all’ultimissima fila in alto. Guarda al di là del muro di
cinta dell’arena, troverai uno scivolo. Salici sopra e lascia che ti porti dove
deve portarti.”
“Grazie ancora Virginia. Sarei perso senza di te.”
“Non è vero, saresti perso senza
di te. Fortunatamente ci sei. Ora
vai.”
Lo scivolo era oltre il parapetto che oltrepassai. Sedetti sulla piccola
piattaforma sul bordo e contando mentalmente fino a tre mi lasciai andare.











