lunedì 9 aprile 2018

INDICE


INDICE
  

1988   (cap. 1)  

2008   (cap. 2)

2018   (cap. 3)

ENTRATA   (cap. 4)

GLI ANIMALISTI   (cap. 5)

I NAZIVEGANI   (cap. 6)

I POSTA-CIBO   (cap. 7)

I VACANZIERI E I PARTYGIANI   (cap. 8)

I METEOROPATETICI   (cap. 9)

I RIPPER   (cap. 10)

GLI PSEUDOFILOSOFI   (cap. 11)

I BUFALARI   (cap. 12)

L’ACQUARIO DEI CREDULONI CONDIVISORI   (cap. 13)

OCCHI CHIUSI   (cap. 14)

I DEPRESSI   (cap. 15)

I CRIPTICI   (cap. 16)

LE COPPIE   (cap. 17)

LE SIGNORINE BUONGIORNO (E BUONANOTTE)   (cap. 18)

I TUTTOLOGI   (cap. 19)

I RAZZISTI   (cap. 20)

GLI HATERS   (cap. 21)

LE BELLE FIGHEIRE   (cap. 22)

NELLA SFERA DELL’EGO   (cap. 23)

I TIFOSI   (cap. 24)

TONY STANTUFFO   (cap. 25)

SATANA   (cap. 26)

OGGI   (cap. 27)





OGGI (ultimo capitolo)


OGGI (cap. 27)

   Mi sono svegliato di soprassalto. Il telefono giace sul comodino. Lo prendo in mano e mi accorgo che è spento, probabilmente scaricatosi durante la notte. Adesso è mattina, la sveglia segna le 10.11.
   Ho sognato? Il viaggio attraverso il Social Inferno è stato dunque solo un incubo? Non è possibile. Era tutto talmente reale, vivido, vivo… Ricordo bene come sono entrato, dopo aver messaggiato con Virginia, ricordo la luce accecante proveniente dallo smartphone, lo stesso Samsung che ho appena messo in carica collegandolo al caricabatterie. Non posso dimenticare la stanza circolare con le porte nere, il primo impatto con gli animalisti, i mondi e i dannati che si sono susseguiti.
   Torno a sdraiarmi sul letto. Chiudo gli occhi e chiamo Virginia, ma non succede niente, non mi appare più come negli inferi social.
   Mi connetto a Facebook dal telefono per cercare i messaggi della mia amata. Non c’è nulla. Sono così frastornato da questa esperienza che non so davvero se è stata onirica o reale. Sento ancora nelle narici il fiato putrido di Satana e le sue parole accompagnate dalla tetra risata mi riecheggiano nella mente: “Vedrai che varrà il giorno in cui sarai sempre collegato ad un social e non saprai più vivere nella realtà.”
   Ricevo una telefonata dall’editor del mio ultimo libro in pubblicazione. Dice di controllare la posta ricevuta per e-mail ché ha inviato le bozze de Il calabrone. Lo ringrazio e dico che vado subito a vedere poi lo contatterò al più presto dopo averle nuovamente controllate. Cerco di non pensare più al Social Inferno mettendomi a leggere il mio romanzo.
   Provo una sensazione stranissima, come se la storia che sto leggendo non fosse scritta da me. Eppure l’editor non ha modificato nulla, sottolineando solo gli errori grammaticali, i refusi e qualche tempo sbagliato. Il calabrone è indubbiamente il romanzo che ho scritto io, però non mi appartiene più, sembra di un altro autore, proveniente da un’altra epoca, un altro mondo. O sono forse io ad essere finito in un altro mondo svegliandomi questa mattina?
   Arrivo a leggere il file fino a metà poi decido di uscire a fare “jogging meditativo” perché in casa mi sento soffocare. Quando devo rimettere in ordine i pensieri, rilassarmi e capire, un’oretta di corsa è l’ideale per la mia mente.
   Devo forzatamente costeggiare la strada provinciale e mentre corro con le macchine che mi sfilano a fianco, mi dico: “Quanta gente fatica, si stressa e si incattivisce facendo lavori logoranti per comprare cose perlopiù superflue e rendere il mondo un posto sempre più disumano. Gli inferni esistenti sono veramente tanti.”
   Corro poi per le strette strade di campagna, dove non c’è traffico, non ci sono persone, solo qualche padrone a spasso col proprio cane. Nel dedalo delle mie riflessioni scopro di amare animali e persone se sono soli; spesso mi stanno sui coglioni solo le accoppiate, animale–uomo o uomo–uomo. Mi stanno proprio simpatici gli esseri viventi soli. Quando sono insieme invece, in due o in gruppi, tendo a percepire i loro lati peggiori. Mi accorgo della stupidità di questi pensieri e cerco di spegnere per un po’ il cervello aumentando l’andatura.
   Corro dunque, e mi sento bene. Respiro a pieni polmoni l’aria pura della campagna. Arrivo fino all’argine del fiume Reno, a qualche chilometro dal centro di Castello d’Argile. Un ultimo scatto sulla rampa e sono in cima. Da quassù vedo il paese in lontananza che si erge nella piattezza della pianura bolognese. Mi siedo su un grosso masso che sbuca dal terreno accanto a un pruno selvatico e fiumi di pensieri cominciano ad attraversarmi la mente. Mi domando se sfoceranno mai in qualche mare salvifico.
   Penso che sono iscritto a Facebook da dieci anni e immagino Satana ridere mentre mi osserva dal suo inferno. Ride perché crede di possedere la mia anima. Ride perché dal 2008 a oggi ho aumentato in maniera esponenziale il tempo che dedico al social network, quasi fosse una droga alla quale mi sono assuefatto e per stare bene devo “iniettarmi” dosi sempre maggiori. Aveva forse ragione quando diceva che Facebook è la droga perfetta, la più potente mai creata per dare dipendenza? Lo diceva davvero o come mi sto chiedendo da alcune ore l’ho sognato? Non nego che Facebook mi faccia perdere molto tempo inutilmente, quando lo potrei impiegare in mille modi proficui. Conosco tantissima gente messa molto peggio di me, anche amici, che mentre siamo a cena o a bere una birra in un pub se ne stanno incollati quasi continuamente allo schermo del telefono. È tutto molto triste. Non sono al loro livello e spero di non arrivarci mai. Se ho da poco vinto una dipendenza ventennale dal fumo, posso pure vincere una dipendenza decennale da Facebook.
   Penso che nonostante tutto, Facebook abbia portato cose positive: per esempio fa conoscere molte persone che non sarebbe possibile conoscere altrimenti, oltre a permettere di farsi conoscere ovviamente. Io lo adopero per promuovere la mia letteratura e la mia filosofia. Mi ha permesso, come scrivevo in un post recente, di smascherare persone che reputavo intelligenti quando invece sono mediocri ignorantoni di serie A. Eh sì, Facebook ha reso tutti personaggi pubblici. O meglio, se si vuole diventare personaggi pubblici, basta poco grazie a Facebook.
   Penso che il social network abbia in parte sostituito il mio diario cartaceo, anzi lo ha integrato. Sta diventando il romanzo della mia vita e, come scrissi in un vecchio libro, quando morirò sostituirà l’urna che conterrà le ceneri della mia anima. Sospetto persino che un giorno, mettiamo per esempio nel 2088, reinserendo in un corpo privo di vita l’anima conservata nel Grande Archivio Cimiteriale di Facebook, si potrà resuscitare una persona donandole l’immortalità. Esagero, ma non più di tanto.
   Quando controllo cliccando su “Accadde oggi” i post passati, leggo tra le righe e le immagini una sorta di mappa. Sento che la mia anima sta facendo selezione naturale di persone e affetti. Scorgo una strada invisibile ma “tangibile” che ho percorso e posso percorrere ancora meglio se riesco a capire dove sto andando.
   Mi sta venendo voglia di scrivere qualche perla filosofica su Facebook e ciò non va bene, è segno di dipendenza, ma quando vado a correre lascio sempre a casa il telefono. Per fortuna!
   Alla mia sinistra vedo una figura che fa jogging correndo sull’argine nella mia direzione. Avvicinandosi capisco che si tratta di una donna.
   Penso… ma quanto penso, oh?! Penso a Virginia. Quell’amore giovanile stroncato sul nascere dalla morte è stato il sentimento più puro e potente che ho mai provato. Le esperienze sentimentali successive hanno dovuto tutte confrontarsi con quell’amore assoluto e illusorio e a conti fatti non sono state per niente esperienze semplici, anche perché sono io per primo una persona complessa.
   Intanto la donna si avvicina sempre di più.
   “Cazzo, ma è Virginia!” esclamo con un sussulto.
   Siamo a una cinquantina di metri l’uno dall’altra.
   Penso, aridaje!, a quanto vorrei innamorarmi e affrontare l’inferno social e non social con una persona a fianco. Solo pensando positivo innescherò i meccanismi che mi metteranno in condizione che questo accada. Intanto la donna è a trenta metri, venti, dieci, no, non è Virginia, le somiglia solo vagamente. Però è giovane e carina. Passandomi davanti mi sorride e prosegue la sua corsa.
   Sono proprio ispirato e vorrei tanto scrivere qualcosa su Facebook. Mi alzo in piedi. Guardo la ragazza allontanarsi. Posso riprendere il jogging in quella direzione o tornare a casa e connettermi.
   Decidere cosa fare della mia vita spetta solo a me.









venerdì 6 aprile 2018

SATANA


SATANA (cap. 26)


   Quel che vidi, la scena che mi si presentò davanti, mi scombussolò lo stomaco. Sembrava di essere nel cuore delle grotte di Frasassi. Tutt’intorno a me degli esseri minuscoli, parodie di nani che ricordavano vagamente gli Umpa Lumpa di Willy Wonka, si stavano cibando di cadaveri umani. Gozzovigliavano silenziosi, con il solo rumore di sottofondo delle loro mandibole che masticavano pezzi di polpaccio, fette di seni, tranci di glutei, bulbi oculari, intestini, cervelli.
   All’improvviso una sirena suonò e i simil-gnomi scattarono velocemente a sedere dietro a scrivanie distribuite simmetricamente in una zona della grotta che sembrava l’open space di un ufficio. Su ogni scrivania c’era un pc portatile e tutti si misero a digitare sulle tastiere con impegno e concentrazione.
   “Virginiaaa!” gridai a gran voce.
   Nessuno gnomo parve sentirmi e anche Virginia ci mise un po’ ad apparirmi nella mente.
   “È puro orrore questo posto Vi’, cos’è?”
   “È il cuore dell’inferno, dove tutto è organizzato per tenere incatenate – metaforicamente parlando – le persone che entrano in un social. Questi esseri ripugnanti si chiamano nerdiacheri e sono lavoratori dipendenti di Satana, impiegati che sfrutta per i suoi fini diabolici.”
   “Cosa fanno esattamente?”
   “Studiano e attuano i metodi migliori per tenere le persone sempre collegate, cercando di rendere Facebook e Company droghe talmente potenti da non poterne fare a meno. Hanno il compito di entrare nella mente umana per influenzare il modo di pensare degli individui, incanalare le masse in direzioni precise, inculcare opinioni, perfino di indurre all’acquisto di prodotti a marca Devil & Friends. Sono specialisti di marketing. Pubblicitari geniali.”
   “Sono gli stessi che elaborano strategie per spingerti a pagare su Facebook con slogan tipo: Metti in evidenza questa notizia per 5 euro e raggiungerai 5700 persone. Con 10 euro potranno conoscerti 12.300 persone. Versa 20 euro e la tua fama social esploderà… È così?”
   “Sì. Ammaliano, lusingano, illudono, ipnotizzano. Sono esperti in psicologia e magia nera, un binomio che li rende fenomenali e incontrastati padroni di ogni business.”
   “Immagino che sia Satana il loro maestro.”
   “Immagini bene. Satana è il Grande Burattinaio.”
   “Chi si nasconde dietro Satana? Mark Zuckerberg?”
   “No, non c’è nessuno dietro Satana. E Zuckerberg è solo un altro burattino inconsapevole nelle mani del demonio. Satana è l’altra faccia dell’anima di cui ti parlava il tuo amico Tony.”
   A quel punto una risata potente e sardonica riecheggiò nella grotta. Sembrava la risata di Fantaman, il cartone animato.
   “Eccolo, è lui” disse Virginia. “Perdonami Simone, ma devo andarmene. Se dovesse accorgersi di me potrebbe farmi molto male anche se sono solo uno spirito. E potrebbe farne anche a te.  Non farti sopraffare, tienigli testa, resisti alle sue tentazioni e alla sua malia. So che puoi farcela.”
   Virginia sparì dalla mia mente e io mi ritrovai al cospetto di Satana. Non era come me lo sarei immaginato, influenzato come sono dall’iconografia classica. Era un grassone pelato, con denti gialli che mi fecero pensare che doveva avere un fiato pestilenziale. Aveva il naso aquilino e lo sguardo folle di un cocainomane, con due antenne di un modem che sbucavano dalle orecchie. Indossava uno smoking bluastro e ai piedi indossava un paio di babbucce rosa a forma di maiale.
   “Che ci fa un umano da queste parti?” chiese ghignando come se sapesse già la risposta.
   Tacqui intimorito.
   “Vuoi forse lavorare per me? Cerchi lavoro? Ho bisogno di gente furba che sappia come fottere il prossimo.”
   “Io non sono furbo” riuscii a biascicare. “E non voglio fottere il prossimo.”
   “Ah ah ah, chi sei, Dio forse? Il prossimo è nato per essere fottuto. Ti posso pagare molto bene: in cambio delle tue prestazioni ti darei l’immortalità.”
   “Spiacente, non ci casco.”
   “Come vuoi. Molta gente venderebbe l’anima pur di lavorare per me, ma se una volta uscito da qui vorrai rimanere uno schiavo finché campi non posso impedirtelo. Chi entra nel Social Inferno, dopo non può più farne a meno. È la droga perfetta, la più potente mai creata per dare dipendenza. Stiamo lavorando soprattutto sui giovani, è più facile con loro che non hanno ancora sviluppato gli anticorpi adatti come può aver fatto un ultratrentenne; inoltre con il bombardamento continuo di notizie e input che riusciamo a fare oggi con internet, non riescono a filtrare il bene dal male, il giusto dallo sbagliato, il vero dal falso; sono praticamente in mio potere, pecorelle che indirizzo al pascolo che più mi aggrada. Vedrai che varrà il giorno in cui anche tu sarai sempre collegato ad un social e non saprai più vivere nella realtà… realtà… ah ah ah, questa parola presto scomparirà dal vocabolario degli uomini.”
   “Non tutti quelli che entrano diventano socialdipendenti.”
   “Illuso.”
   Presi coraggio e mi avvicinai a Satana, che a occhio e croce era alto più di tre metri. L’odore di alito rancido che avevo immaginato vedendogli i denti divenne reale a pochi metri da lui. Leggermente nauseato indietreggiai di qualche passo.
   “Io non sono come gli altri” replicai. “È una vita che cerco di non essere come gli altri, che ho il terrore di essere come gli altri, perché innanzi tutto non mi sento come gli altri.”
   Satana sembrava spassarsela di brutto nell’ascoltare le mie parole.
   “Non mi faccio infinocchiare da nessuno, io!” continuai. “Nella mia vita ci sono sempre state priorità diverse rispetto a quelle della massa omologata. Non mi interessano le belle macchine, i vestiti alla moda, i telefonini ultimo modello, i posti chic, le vacanze turistiche; ho letto centinaia di libri per capire qualcosa in più, ho osservato, ascoltato, studiato, riflettuto. Poter mangiare, bere e dormire serenamente è già la base della felicità per la mia filosofia. Sorridere e donare sorrisi e affetto mi appaga più di essere ricco economicamente. Cerco di rimanere il più lontano possibile dalle persone “infette”… Non sarò un uomo speciale ma ho combattuto e combatterò sempre per essere il più puro e libero possibile, per diffondere agli altri spiriti recettivi purezza e libertà.”
   Satana non si trattenne e scoppiò in un’altra lugubre risata.
   “Sei uno spasso” disse. “Non ho mai visto un uomo più buffo e patetico. Non vorrei morire dalle risate, per cui è giunta l’ora che te ne torni nel mondo reale, finché esiste ancora, a goderti i tuoi scampoli di purezza e libertà.”
   Mi si avvicinò minaccioso, con cipiglio feroce e sarcastico allo stesso tempo. Indietreggiai fino a che finii con la schiena contro una stalagmite. Quando fu a pochi centimetri si abbassò e mi alitò in faccia.
   Mi scollegai e uscii finalmente dal social inferno.



mercoledì 4 aprile 2018

TONY STANTUFFO


TONY STANTUFFO (cap. 25)


   Quando raggiunsi la cima della collina non trovai nessuno. C’era però una scala a pioli che saliva verso il cielo, su, su, fino a perdersi nell’azzurro. Soffro di vertigini da sempre e fui un po’ titubante nell’intraprendere quella scalata, ma dopo essermi detto che “non ho nulla da perdere” mi attaccai al primo piolo e iniziai a salire. Guardare giù mi avrebbe paralizzato dal panico, così mi arrampicai concentrandomi sui pioli, contandoli uno dopo l’altro. Arrivai a cinquemilaquattordici prima di incontrare una botola che si apriva nel bel mezzo del cielo; vi entrai e mi ritrovai in quella che ad una prima occhiata mi parve una cantina. Infatti sul lato dove posai lo sguardo appena dentro vidi una parete interamente occupata da bottiglie e botti di vino. Capii che non era una cantina osservando il resto della stanza: la parete opposta era coperta da un’immensa libreria colma di libri nuovi e soprattutto antichi. Anche la parete alle mie spalle era zeppa di libri. Sulla parete in fondo si apriva un’ampia finestra sotto la quale era posizionato un comodo divano. Tony Stantuffo sedeva sorridendomi con un libro in una mano e un calice di vino rosso nell’altra.
   “Tony!” esclamai sorpreso.
   “Ciao Simone” disse pacifico. “Ti aspettavo.”
   A questo punto devo fare un più o meno breve excursus. Tony Stantuffo è il personaggio di un mio vecchio libro, che nel tempo è diventato il mio alter ego, soprattutto dopo l’esplosione di Facebook, quando provai a immaginarlo come un personaggio reale e lo iscrissi con il suo profilo personale. L’avatar ha preso vita in Rete e ora, in un certo senso, reale lo è diventato veramente. Tony è un po’ il mio lato nascosto, oserei dire oscuro, che spesso però mi illumina. Tutti abbiamo due facce; capirlo e farle dialogare tra loro trovo sia estremamente terapeutico. Altro che psicologia, medicina o medicinali. Tony è il guaritore del mio spirito, un mentore, il guru che ritrovavo in quel momento nel Social Inferno.
   “È un grandissimo piacere vederti. Finora mi è sembrato di avere avuto a che fare solo con dei pazzi” riferii all’amico.
   “Il mondo è pieno di pazzi, sia qui che là fuori.”
   “Senza dubbio.”
   “Se sei qui, un po’ pazzo lo sei anche tu, non credi?”
   “Assolutamente, ma voglio guarire…”
   Tony disse, anzi ordinò, di accomodarmi sul divano accanto a lui e mi offrì un calice di vino.
   “Chianti degli Inferi” disse porgendomelo.
   Mi guardai intorno e commentai: “Un po’ ti invidio, sembra che tra queste quattro mura tu abbia tutto quello che occorre per stare bene.”
   “Beh, diciamo che questa è la base per stare bene. Libri e vino mi sono serviti e mi servono per spalancare le porte della coscienza, per ampliare la percezione ed arrivare alla conoscenza. Tu che mi hai creato lo sai bene.”
   “Qualche tempo fa discutevo proprio su Facebook della necessità di avere la mente “alterata” da sostanze psicotrope se si vogliono avere illuminazioni. L’importante è arrivare al livello giusto, senza oltrepassarlo né stare sotto. In questa stanza c’è il necessario per rimanere al livello che intendo, l’occorrente per alimentare psiche, fantasia, cultura e… conoscenza. Pochi dei miei interlocutori capirono esattamente cosa intendessi in quel post.”
   “Non credo ti sia sorpreso. Gli illuminati non sono molti, altrimenti il mondo non starebbe morendo. E non credere di essere troppo illuminato nemmeno tu. Sai perché non potrai mai arrivare al mio livello di Luce?”
   “Posso intuirlo.”
   “Perché sei umano, sei vivo, sei vero, mentre io no. Non puoi essere te stesso al cento percento sulla Terra; ci sono troppi condizionamenti esterni che inquinano il tuo essere. Il tuo Io è appesantito da fardelli culturali, ambientali, climatici, educativi, morali, non di meno genetici. Per essere il più possibile puri bisognerebbe cancellare il proprio passato. Chi ci riesce diventa Dio, perché quello che i poveri umani chiamano Dio è semplicemente la loro anima risvegliata, purificata e alleggerita. Mi segui?”
   “Certo che ti seguo. Te li ho inculcati io questi pensieri.”
   “Ma io li ho vissuti, se concedi ad un avatar di vivere una propria vita nel mondo della fantasia. Tu sei umano, quindi troppo lontano dalla vera luce. Ti avvicini solo quando raggiungi il nirvana alcolico.”
   Bevvi qualche altro bicchiere di vino ascoltando e conversando piacevolmente con il mio amico.
   “Ora che il vino mi ha messo al tuo livello, sul tuo piano empatico, liberando la mente da preconcetti, inibizioni e teorie fallaci, ti seguo meglio.”
   “Ne sono felice, ma ricorda di non abusare mai del vino e nemmeno dei libri. L’abuso nuoce a tutto.”
   “Lo so, lo so. Senti Tony, siccome sto per uscire dal Social Inferno, hai qualche consiglio utile da darmi prima che torni nell’altro inferno là fuori?”
   “Ascolta sempre la tua anima, quel Dio di cui ti ho appena parlato. Anche se è sepolta da quintali di immondizia, rimanendo in silenzio puoi sentire la sua voce. Segui le indicazioni che ti darà, va’ sempre per la tua strada e non abbandonare la stella cometa rappresentata dai tuoi sogni. Vivi senza temere gli ostacoli che gli altri ti metteranno davanti perché invidiosi della tua libertà. Sei nato per cantare fuori dal coro. Fallo.”
   “Grazie Tony, avevo bisogno di sentire queste parole.”
   “E non avere paura nemmeno della solitudine. La vita è un’impervia montagna, più sali più rimani solo. È l’ineluttabile destino di chi ha conosciuto la Morte e si avvicina alla Verità.”
   Versò un altro bicchiere di vino a entrambi e brindammo.
   “Alla vita vera!” propose.
   “Prosit” dissi.
   “Un’ultima cosa. Prima di… scollegarti, devi obbligatoriamente andare giù nei sotterranei del Social Inferno. Già che sei stato qui, non avrebbe senso rinunciare a questa tappa fondamentale per capire meglio…”
   “Se lo dici tu.”
   Scolai d’un fiato l’ultimo bicchiere e dal punto più alto di quell’inferno mi ritrovai nel punto più estremo sul versante opposto.



martedì 3 aprile 2018

I TIFOSI


I TIFOSI (cap. 24)


   Cominciavo a sentirmi stanco. La “discesa” negli inferi di Facebook stava appannando la vitalità fisica e soprattutto la freschezza mentale che so appartenermi nella vita non-connessa.
   Attraversato il buco spaziotemporale offertomi da Narciso, mi ritrovai in mezzo a un vero e proprio fiume di gente. Venni trascinato dalla corrente nella direzione che seguivano tutti, senza alcuna possibilità di oppormi. Se avessi visto la scena dall’alto mi sarei probabilmente stupito dell’incredibile massa umana che scorreva tra due argini verso chissà quale mare. Ogni tanto un flusso di persone si immetteva nel fiume principale in cui mi trovavo; in altri punti la ressa si trasformava in emissario andando ad ingrossare la portata di altri fiumi laterali.
   Il vociare continuo della gente che avevo intorno non mi permetteva di capire quale fosse l’argomento di discussione e di conseguenza non sapevo con chi avevo a che fare. In che mondo ero finito? Persino il contatto con Virginia mi era precluso, dal momento che tutta quella confusione e la spinta continua rendevano impossibile concentrarsi.
   Fortunatamente fui trascinato sul lato esterno del fiume e con un po’ di fatica riuscii ad aggrapparmi alla radice di un albero rinsecchito che spuntava dalla riva tirandomi fuori dalla bolgia soffocante.
   Ebbi così conferma dell’immensa portata del fiume, anzi dei fiumi. Notai anche che le persone che li componevano erano raggruppate in modo omogeneo. C’erano gruppi che indossavano magliette e sciarpe giallorosse, nerazzurre, rossonere, biancocelesti, eccetera. Nei punti in cui i colori si incrociavano, nascevano scontri verbali concitati, in particolare nelle zone in cui i colori bianconeri dominavano.
   Potei finalmente chiamare Virginia.
   “Tifosi?” chiesi sapendo già la risposta.
   “Sì. Non solo di squadre però. E non solo sportivi. Se osservi bene noterai anche i tifosi politici. Non c’è molta differenza…”
   Ci infilammo in una dissertazione quasi filosofica sul tifo e le sue implicazioni sociologiche, psicologiche e culturali. Virginia dichiarò la sua antipatia per gli appartenenti al mondo dei tifosi.
   “Non sopporto quelli che quando c’è una partita di calcio sbucano come funghi in un bosco dopo la pioggia a commentare, criticare, insultare. Sembrano tutti allenatori professionisti, esperti analisti, grandi giornalisti, inventori della tecnica e della tattica. Se la loro squadra subisce torti si lamentano di continuo dell’arbitro, del designatore arbitrale, del guardalinee, della Lega Calcio, dei servizi segreti, della massoneria, dell’oscuro disegno dietro il quale si cela l’interesse a danneggiare i propri beniamini.”
   Mi dissi d’accordo, ridendo di quelli che scrivono i commenti in diretta ogni due minuti, tipo:

Goool, grande gol di Palacio!

Era fuorigioco, arbitro di merda!

Fallo da espulsione!

Rigore netto!

Chiellini macellaio!

Guardalinee figlio di una gran puttana!

Icardiiiiiiiiiiiiiiiiiiiii!

   “I peggiori” aggiunsi, “ma devo precisare che questa è solo una mia particolare allergia, sono gli juventini. Quando vengono attaccati su Facebook da antijuventini (razza di frustrati alla quale come vedi appartengo anch’io), mi diverto un sacco a leggere le loro risposte piccate; si sentono i detentori del sacro calice dell’onestà quando invece la loro squadra rappresenta il simbolo dell’antisportività e della prepotenza della “casta” dal dopo guerra a oggi. Un tifoso di fede bianconera è l’ultimo ad avere diritto di salire in cattedra per predicare correttezza e giustizia. L’arroganza da pulpito è nel loro dna.”
   “Ciò non toglie che ci siano persone brave e oneste anche tra gli juventini” intervenne Virginia. “Non è detto che uno che da bambino ha subito l’imprinting bianconero, sia poi cresciuto come un bandito.”
   “Certamente esistono juventini rispettabilissimi. Come i leghisti intelligenti e i parlamentari incorruttibili. Aghi nel pagliaio.”
   “Sempre esagerato. Ti diverti a provocare, vero?”
   Un sorriso amaro mi velò il volto. Mi distesi stremato sull’erba secca a pochi metri dalla riva. Riflettei sul mio stato di non tifoso. A pensarci io non sono mai stato niente, non ho mai tifato per nessuna squadra o partito, a parte un brevissimo periodo in gioventù. Mi sento super partes, ma senza presunzione (anche se non posso negare di sentirmi quasi un genio rispetto a tanti mentecatti), solo perché penso orgogliosamente che “l’appartenenza” porti fuori strada, non consenta di vedere le cose come stanno, allontani dalla Verità, con V maiuscola. Ultimamente ho persino smesso di sentirmi bolognese, emiliano, italiano, europeo, umano! Lascio che i tifosi tifino per la loro squadra – ché almeno si sentono qualcuno nel gruppo – mentre io tifo solo per me stesso e per il Bene. Perde spesso le partite, ma insegna a vivere.
   “Virginia, non ce la faccio più, voglio uscire dal Social Inferno” dissi dopo un po’.
   “E lo dici a me? Guarda Simone che puoi farlo quando vuoi. Solo tu puoi decidere quando disconnetterti. Prima però sali su quella collina laggiù in fondo. C’è una persona che vuole vederti.”



Nella sfera...


La vignetta che dovrebbe accompagnare il ventitreesimo capitolo.

lunedì 2 aprile 2018

NELLA SFERA DELL'EGO


NELLA SFERA DELL’EGO (cap. 23)


   “E da qui come esco?” pensai ad alta voce.
   Ero finito in una grande sfera di cristallo trasparente. Avrebbe potuto contenere almeno una ventina di persone, ma ero solo al suo interno. La gente stava tutta accalcata fuori a osservarmi con curiosità. Mi sentivo nudo e un po’ in imbarazzo per la morbosità che notavo nello sguardo di quegli esseri umani eccitati. Mi ricordavano i bavosi oltre il soffitto del mondo precedente.
   “Virginia vieni subito qui, per favore” pensai. Ma non apparve, forse per colpa dell’impenetrabilità della sfera.
   Ad un tratto, al posto di Vi’, si materializzò accanto a me un essere basso e tozzo vestito da clown, inquietante come It di Stephen King.
   “Tu chi sei?” chiesi.
   “Sono Narciso, lo spirito degli egocentrici.”
   “Cosa vuoi da me?”
   “Io cosa voglio da te? Tu cosa vuoi da me?!”
   “Non ti ho cercato o invocato io.”
   “Non c’è bisogno di invocarmi, io vivo in te.”
   Pensai che se un essere maligno così brutto viveva in me, dovevo probabilmente preoccuparmi.
   “Non preoccuparti” intervenne Narciso come se mi avesse letto nel pensiero. “È tutto normale. Tu Simone sei, nonostante la tua riservatezza e timidezza, un grande egocentrico a cui piace farsi ammirare, altrimenti non saresti capitato qui; se non fossi quel che sei non posteresti su Facebook i tuoi pensieri, o le tue “perle”, come ami definirle. Sei capitato qui dentro perché godi nel farti notare. D’altra parte sei un artista, e gli artisti hanno l’obbligo morale di farsi apprezzare.”
   “Beh, in effetti hai ragione, mi piace mettere in mostra il mio talento e avere qualche riscontro, sempre che io abbia talento.”
   “Ce l’hai, ce l’hai. Se credi di averne, ne hai. L’importante è crederci sempre. Hai visto quanta gente ti osserva qui fuori? Tra loro ci sono anche molti gossipari. So bene quanto godi a dare argomenti di conversazione ai gossipari, non è vero?”
   “Sì, lo ammetto. Ammetto anche che mi gratifica incontrare ogni tanto qualcuno che dice “ma tu sei Simone, ti seguo sai?, interessante quello che scrivi”. Certo, come dice un post condiviso che ho letto in questi giorni “essere famosi su Facebook è come essere ricchi con i soldi del Monopoli”, ma la “fama” si può guadagnare anche avendo qualcosa da dire su un social. Non leggo troppe cose degne di nota ultimamente…”
   “Bravo Simone, siamo proprio in simbiosi io e te.”
   “Ad Andy Warhol attribuiscono la famosa frase secondo cui un giorno saremmo stati tutti famosi per un quarto d’ora. Forse aveva intuito la venuta di Facebook…”
   “Eh eh eh, parrebbe di sì.”
   “Perché non riesco a contattare Virginia?”
   “Perché è troppo umile e pura per entrare qui dentro. Nella sfera dell’ego ci possono entrare solo quelli come te, quelli che hanno me tra gli spiriti che abitano la loro anima.”
   “Come faccio ad uscire?”
   “Semplice, basta che stacchi momentaneamente la spina dalla presa della tua presunzione. Tanto sai sempre come riattaccarla, giusto?”
   “Giusto. Ma il problema ora è come staccarla. Come posso fare?”
   A quel punto il clown si abbassò i pantaloni, tirò giù le mutande e mi porse il sedere. Allargò le chiappe e capii che per uscire dalla sfera sarei dovuto entrare in quel buco stretto.
   Mi abbassai.



Nota: Siccome questo è uno dei capitoli postumi, aggiunti cioè a opera "teoricamente" conclusa, il disegno che verrà inserito qui alla fine del capitolo vi sarà presentato prossimamente.

domenica 1 aprile 2018

LE BELLE FIGHEIRE


LE BELLE FIGHEIRE (cap. 22)


   Scivolai giù per un tempo che non saprei calcolare. Dopo quelle che potevano essere ore o settimane, terminai la discesa in una toilette per signore. A dire il vero era più un camerino, tipo quelli in cui si cambiano attori, cabarettisti o artisti in generale, stretto e lungo, di una lunghezza apparentemente infinita. Alla parete erano appesi specchi di varie forme e dimensioni, e davanti agli specchi sedevano donne di diverse età; alcune si stavano truccando, altre, la maggioranza, si facevano foto allo specchio, i cosiddetti melfie.
   “Non farti attrarre dalle belle figheire” intervenne Virginia con mia grande sorpresa. “Sono come le leggendarie sirene o la mitologica Medusa: potrebbero pietrificarti il cervello se le guardi troppo a lungo.”
   “Non preoccuparti Vi’, non c’è pericolo, per quanto affascinanti, non mi hanno mai attratto queste donne, giovani o mature, belle o strafighe. Il loro comportamento social denota un certo vuoto reale.”
   Nel frattempo camminavo alle loro spalle, lungo lo spazio ristretto di quel camerino claustrofobico.
   “Alcune si faranno almeno un centinaio di autoscatti al minuto, tutti con la stessa espressione” constatai. “Guarda quelle bocche a “culo di gallina”! Credono di essere sexy? E guarda queste… foto di seni, sederi, cosce…”
   “Lo fanno per ammaliare i bavosi.”
   “Chi?”
   “I bavosi. Pensavo li avessi notati. Alza la testa.”
   Guardai in alto e vidi che il soffitto era di vetro trasparente, al di là del quale una moltitudine di uomini con la bava alla bocca spiava le belle figheire.
   “Ma certo!” esclamai come se avessi appena scoperto l’acqua calda. “Gli affamati di figa.”
   “Proprio loro. O se preferisci, i malati di sesso, ovvero il pilastro su cui sono fondate la nostra economia e società. Non serve Freud per spiegarci che la vagina muove il mondo.”
   Osservai che alcune donne del camerino, dopo aver lampeggiato a intermittenza, come fossero ologrammi sparati da un proiettore difettoso, si dissolvevano. Virginia mi spiegò che erano classici profili fake, creati spesso per adescare bavosi. Anche a me capita spesso di trovare richieste di amicizia da parte di belle figheire che non conosco. Figheire troppo belle per essere vere. Infatti entrando nel loro profilo a controllare, solo uno con il cervello annebbiato dalla “gnocca” non si accorgerebbe che sotto l’esca è nascosto un bell’amo appuntito.  Alcune offrono perfino prestazioni sessuali; di solito questi profili durano giusto il tempo di una segnalazione che porterà Facebook a bloccarle, ma intanto molti bavosi avranno sicuramente abboccato. Io, come credo di aver già precisato, non mi lascio ingannare da questa infida categoria feisbucchina; così non è per molti miei amici, che essendo bavosi per natura e conseguentemente speranzosi di trombare a colpi di “mi piace”, sono anche facilmente manipolabili.
   Virginia mi lasciò proseguire la camminata in solitudine. Percorsi ancora qualche chilometro prima di trovare una serie di porte nere sul lato alle spalle delle belle figheire sempre impegnate a truccarsi e fotografarsi. Ne aprii una, non prima però di aver dato un’ultima sbirciata al sedere della giovane che si stava facendo un selfie lì vicino.




sabato 31 marzo 2018

I RAZZISTI, GLI HATERS


I RAZZISTI (cap. 20)


   Invece mi sbagliavo. Paura dovevo ancora provarne perché esiste qualcosa di più terribile della morte: l’imbecillità umana provocata dalla mancanza di cultura, intelligenza e sensibilità. Un tumore che avevo già affrontato nella vita e vedevo come incancrenirsi ulteriormente nel Social Inferno, in particolar modo nel mondo in cui finii, direi quasi per logica conseguenza, dopo essere uscito da quello dei tuttologi.
   Chiusami la porta alle spalle una scala in pietra digradava ai miei piedi senza mostrare dove portasse. Scesi accompagnato da uno sgradevole tanfo di muffa e piscio. Dopo mezz’ora, con la puzza che diventava sempre più acre e nauseante, arrivai nella più grande discarica che avessi mai visto.
   Nonostante mi fossi inoltrato per metri sotto terra, il cielo si apriva plumbeo sulla mia testa. Migliaia, milioni di esseri umani si accalcavano sulle montagne di spazzatura a cercare resti di roba commestibile di cui cibarsi. Sembravano zombie, anche se vestiti come persone normali e dall’aspetto altrettanto normale.
   Ebbene sì, avevo paura. C’era qualcosa nei loro sguardi che incuteva timore (non certo rispetto); una scintilla di malvagità accendeva quei volti esangui.
   Mi aspettavo di incontrare qualche conoscente, infatti non tardai molto a vedere Pompeo F., Ivan G. e  Benito R.. Quest’ultimo stava spolpando i resti di una nutria quando mi riconobbe.
   “Toh chi si vede!” esclamò con un ghigno luciferino. “Anche tu qui? Non pensavo di trovare un fighetto presuntuoso che si crede superiore a tutti da queste parti.”
   “Sono solo di passaggio” ripetei per l’ennesima volta.
   “Uh, il signor-non-mi-abbasso-al-vostro-livello è solo di passaggio. Vuoi gradire?” disse offrendomi i resti sanguinolenti dell’animale che aveva in mano.
   “Grazie ma non ho appetito.”
   Stavo per andarmene quando una nausea improvvisa accompagnata da un forte giramento di testa mi fece barcollare. Svenni.
   Non so quanto tempo rimasi privo di sensi, ma quando riaprii gli occhi ero in una buca semi sepolto dall’immondizia. Gli uomini e le donne intorno non si curavano di me, intenti a cercare cibo tra i rifiuti. Chiamai Virginia in aiuto.
   “Vi’, sto male, aiutami.”
   “Cosa c’è Simone?”
   “Ho lo stomaco sottosopra, mi gira la testa. Sono svenuto.”
   “Penso tu sia allergico ai razzisti.”
   “Beh, se lo sono nella vita là fuori, non vedo perché non dovrei esserlo anche qui.”
   “Cerca di tirarti su. Se rimarrai lì ancora a lungo verrai completamente sepolto dal… male.”
   “Non riesco a muovermi, non ho più forze.”
   “Devi trovarle, cercale dentro di te, o questa volta non ne uscirai davvero.”
   Ero in una situazione drammatica, circondato da razzisti suddivisi in xenofobi senza colore politico, leghisti, fascisti, neonazisti. Su Facebook i razzisti condividono spesso bufale, ma anche se non sono bufale i loro post sono carichi di odio verso immigrati, governo e presunti buonisti. Usano la parola buonista come un produttore di formaggi usa il latte. Sono persone di un’ignoranza abissale. Quando vedo per tv una manifestazione della Lega, di Forza Italia, di Casa Pound e compagnia brutta la prima cosa che noto è la faccia della gente che partecipa: i tratti somatici uniti all’espressione “caprina” tra l’ebete e l’ossesso rivelano la loro balordaggine. Un po’ come quella dei loro “pastori” in versione meno furba. Perché i Berlusconi o peggio, i Salvini, sono ignoranti furbi. Sfruttano l’ignoranza dei loro elettori per guadagnare consensi, far carriera e rimanere in sella.
   Come si evince da queste parole, io che parlo male dei razzisti sono in realtà il più razzista di tutti, perché disprezzo altamente la razza umana. Cesare Lombroso era accusato di avere teorie protonaziste, ma un fondo di grossa verità ce l’aveva… Osserva bene le facce che hanno gli estimatori di Salvini, Bossi, Storace, Mussolini, Meloni, Santanché, e capirai subito, se sei una persona capente, che appartengono a una razza preaustralopiteca. Ai tempi di Hitler, gentaglia come Calderoli e Borghezio sarebbero stati i più sadici torturatori al servizio di Mengele.
   Questo discorso vale anche per gli estremisti di sinistra, per gli zozzoni sfigati dei centri sociali, che non si pensi che sono un “sinistrato”. Anzi, dirò che apprezzo molti punti cardine della destra, purché “illuminata”, come ad esempio la severità della pena e il rigore nel controllo dell’immigrazione. Sono persino favorevole alla pena di morte, ma uno stato che adotta la pena di morte diventa pericoloso perché rischierà continuamente l’abuso o l’uso scorretto di tale misura, per fini sporchi, e a discapito di prevenzione e reinserimento. Per cui la mia teoria è che nessun governo, in quanto collocabile in una qualsiasi area che vada da destra a sinistra (nel 2018 ancora siamo qui a parlare di destra e di sinistra!), proprio perché non al di sopra, non può infliggere giustamente la pena di morte. Un governo non può togliere la vita per legge; solo un uomo superiore, solo un ipotetico Dio. Oppure io!
   Un ultimo pensiero mi diede la spinta per rialzarmi e andarmene da lì: avrei potuto incontrare Maurizio Belpietro, l’ex direttore del quotidiano Libero (un titolo un ossimoro). Già pensare che molti degli zombie che avevo intorno guardavano Dalla vostra parte – il programma del cazzo che conduce il giornalaio per fomentare l’odio con servizi squallidi a cui solo gli ignoranti possono credere – mi aumentava il malessere, figuriamoci vedere Belpietro vis-a-vis! Mi avrebbe dato il colpo di grazia. Così, con molta fatica mi misi in piedi e tappandomi il naso proseguii.
   “Ce la farò Virginia.”
   “Lo so.”
   Per giorni salii e discesi montagne di rifiuti, fino a quando giunsi sull’orlo di un dirupo. Virginia mi disse che non avrei trovato porte in quel mondo. Quell’abisso nero sotto di me era l’unica via di uscita. Non si vedeva nulla giù in fondo, solo buio interrotto da qualche scarica elettrica, ma sapevo che non c’era alternativa. Mi buttai.

  


 GLI HATERS (cap. 21)


   Atterrai senza farmi male in un’arena gigantesca. Sembrava il Colosseo, ma molto più grande. Nessuno fece caso alla mia comparsa praticamente dal nulla, così dopo essermi guardato brevemente intorno individuai un posto libero e andai a sedermi tra due uomini. In realtà solo quello alla mia destra era un uomo; l’altro era un troll. A riempire gli spalti c’erano anche donne, ma la stragrande maggioranza di quel pubblico urlante era composta da troll, ometti piccoli e verdognoli, camusi, con folti capelli crespi. Tutti – uomini, donne e troll – gridavano come fossero indemoniati insulti alle persone che camminavano smarrite in mezzo all’arena.
   “Frocio di merda, fatti dare nel culo da una squadra di negri lebbrosi” berciava un troll poco sopra la mia postazione.
   “Comunista buonista del cazzo, ti devono gasare in un lager” strillava un uomo nella fila sotto.
   “Sei solo un povero handicappato, brutto down schifoso” diceva con la bava alla bocca un altro troll vicino a me.
   Avevo i brividi a causa dell’odio che aleggiava in quel mondo.
   Cercai di fare conversazione con il signore alla mia destra, che aveva appena finito di insultare una donna perché a suo parere era “una grandissima vacca salva-immigrati da impalare insieme alla Boldrini.”
   “Scusi” chiesi timidamente. “Posso sapere chi sono tutte queste persone?”
   “Aspetta solo un attimo che scrivo un post su Facebook” disse mentre chiudeva gli occhi per concentrarsi. Dopo un minuto scarso li riaprì e si volse verso di me. “Cosa vuoi?”
   “Dicevo… chi è questa gente?”
   “Questa gente chi? Quei figli di una cagna sifilitica là in mezzo? Quella è gente che merita di morire tra le più atroci sofferenze. Peccato che la legge, anche se infernale, non consenta la lapidazione. Per adesso ci accontentiamo della diffamazione.”
   “Cosa hanno fatto per meritare il pubblico ludibrio?”
   “Esprimono pensieri. Oppure, semplicemente, esistono.”
   Detto questo riprese a gridare improperi a squarciagola in direzione dei poveracci in mezzo all’arena. A quel punto mi rivolsi al troll sulla sinistra, che si era momentaneamente placato, forse in cerca di nuovi epiteti.
   “E voi del pubblico, chi siete?” domandai cauto.
   L’omino verde mi ossevò con una scintilla di disprezzo nello sguardo.
   “Siamo gli haters” sentenziò. “Cazzo vuoi?”
   “Scusi se l’ho disturbata.”
   “Nessun disturbo, è solo l’abitudine a rispondere male.”
   “Posso farle qualche domanda?”
   “Va bene, però dammi del tu, non del lei, brutta testa di cazzo!”
   Non mi andava di farmi trattare a quel modo, così troncai sul nascere la conversazione e mi misi alla ricerca di un altro posto. L’arena era gremita, ma tra le ultime file in alto scorsi alcune gradinate libere, così facendomi largo a fatica in quella selva di gambe raggiunsi la mia meta momentanea.
   “Virginia, vieni a farmi compagnia, altrimenti tutta questa cattiveria rischia di contagiare anche me.”
   “Eccomi.”
Sentire la sua voce nella mia mente fu come sorseggiare un tè caldo dopo essere stato ore al gelo. Mi rilassai.
   “Un troll ha detto che mi trovo in mezzo agli haters. Chi sono?”
   “Sono gli odiatori, quelli che esprimono il loro rancore tramite commenti, o notizie fake create ad arte per fomentare l’odio. Gli uomini e le donne che vedi qui sono persone che non hanno paura di manifestare la loro cattiveria, mentre i troll sono più perfidi, trattandosi di profili perlopiù falsi: commentano per il gusto di disturbare e creare disagio. Sono detti anche leoni da tastiera, perché solo davanti a una tastiera, protetti da uno schermo e dall’anonimato che ne deriva, esprimono giudizi razzisti, omofobi e sessisti. A volte il troll che vedi è accompagnato dall’umano che lo ha creato. È il suo alter ego, il Mister Hyde della Rete. Nella vita reale il troll è una persona che non vale niente, un frustrato, nella stragrande maggioranza dei casi. Entra in internet trasformato e dà il peggio di sé per sfogarsi e placare il proprio disagio.”
   “Ho notato molti umani che ho incontrato nel mondo dei razzisti da cui provengo su questi spalti.”
   “Ovvio. I razzisti sono haters. Spesso sono talmente convinti della bontà e veridicità della loro ideologia che non sentono assolutamente il bisogno di mettere maschere per esprimere la loro opinione. In un certo senso sono molto più onesti e genuini rispetto a un troll. Tra i non-troll, se ci fai caso, puoi individuare anche i polemici, quelli che ce l’hanno sempre con qualcuno o qualcosa, in particolare con l’operato del comune, la giunta in carica (spesso sono di un’altra fazione), il lavoro di questo, l’opera di quello…”
   “Ho presente. Tipo quei patetici calunniatori che tirano secchiate di merda a vigili o carabinieri quando fanno multe giuste. Tra i miei faceamici ce ne sono parecchi.”
   “La cosa migliore da fare con questa razza grottesca è ignorarla. Un hater ignorato continuerà ad essere un poveraccio nella vita, ma almeno l’odio mediatico che sparge verrà attenuato perché non alimentato dandogli corda.”
   “Hai perfettamente ragione, Vi’. Anch’io vorrei ignorarli… Come faccio a uscire da qui?”
   “Sali fino all’ultimissima fila in alto. Guarda al di là del muro di cinta dell’arena, troverai uno scivolo. Salici sopra e lascia che ti porti dove deve portarti.”
   “Grazie ancora Virginia. Sarei perso senza di te.”
   “Non è vero, saresti perso senza di te. Fortunatamente ci sei. Ora vai.”
   Lo scivolo era oltre il parapetto che oltrepassai. Sedetti sulla piccola piattaforma sul bordo e contando mentalmente fino a tre mi lasciai andare.


  



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